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I Secondamarea presentano Slow: “E’ il nostro disco più autentico e viscerale”

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A due anni dalla riedizione di “Canzoni a carburo”, i Secondamarea tornano con “Slow”, un concept, disponibile in formato fisico e digitale, sui temi della natura, del clima, dell’acqua, dei boschi e degli effetti che questi hanno sull’uomo e sulla sua capacità di osservare il mondo.

Dodici canzoni pop/folk, firmate dal duo milanese, toscano d’adozione – composto dalla cantante e musicista Ilaria Becchino con lo scrittore e cantautore Andrea Biscaro – prodotte da Paolo Iafelice e suonate dai Secondamarea con la partecipazione di musicisti quali il batterista e percussionista Leziero Rescigno (La Crus, Amour Fou, Mauro Ermanno Giovanardi), il bassista Lucio Enrico Fasino (Patty Pravo, Mario Biondi, Fiorella Mannoia) e il trombettista Raffaele Kohler (Baustelle, Afterhours, Vinicio Capossela).

Abbiamo scambiato qualche battuta con Andrea Biscaro, ecco cosa ci ha raccontato su questo progetto, che presto arriverà dal vivo con una serie di date piuttosto particolari.

Avete definito questo disco il vostro più autentico, personale e viscerale.
Si, questo lavoro rappresenta la nostra vita, il nostro stile di vita. È autentico proprio perché raccontiamo come stiamo al mondo e vorrebbe essere una sorta di non dico consiglio, perché non mi piacciono quelli che danno consigli, ma una sorta di invito col sorriso ad abbandonare un po’ di sovrastrutture, anche tecnologiche, che pesano un po’ a tutti e a riscoprire il cordone ombelicale che abbiamo con la natura, un legame antico, profondo, forse l’unica cosa che abbiamo di certo nell’esistenza. È stato un disco nato in maniera molto spontanea, le canzoni sono nate in fretta proprio a livello compositivo, probabilmente perché le avevamo dentro da tanti anni visto che la nostra vita si nutre delle riflessioni che cantiamo in queste canzoni.

“Slow” è un concept sul viver lento, sulla natura e sul clima. Cosa ha innescato in voi la necessità di scrivere questo disco e di farlo ora?
È sempre difficile capire perché crei una cosa piuttosto che un’altra o un disco piuttosto che un altro, è difficile trovare la scintilla di partenza, ma penso che sia partita un paio di anni fa. Abbiamo fatto un concerto dalle parti di Ribolla dove abbiamo suonato il nostro disco precedente, “Canzoni a carburo”, e lì dopo il live parlando con gli organizzatori abbiamo parlato di queste nuove maestranze macedoni, che vengono chiamate in Italia per tagliare i nostri boschi, ma non hanno la cultura del nostro bosco, conoscono i loro, ma non i nostri. Ecco la scintilla è nata lì e la prima canzone che abbiamo scritto è “Sangue di legno”, una riflessione cinematografica su questo argomento. Il resto poi è venuto da sé.

Nel pezzo dite: “Tutte le favole cominciano dai boschi”, il che suggerisce un parallelismo tra il valore mitopoietico delle favole e quello della natura che ci ospita. Oltre che per il fatto che ci viviamo dentro, in che modo parlare della natura e del clima significa parlare di noi?
Ne è il pretesto. Parlare di cambiamo di cambiamenti climatici, ma quelli che più ci interessano sono i cambiamenti climatici dell’uomo. Non è tanto la barriera corallina che muore o il ghiacciaio che si scioglie, ma i cambiamenti di carattere delle persone, che notiamo avvenire tra l’altro a una velocità spaventosa, perché è tutto molto molto veloce, di pari passo col progresso tecnologico. Come dici tu, il riferimento alla favola c’è spesso nelle nostre canzoni, ma proprio perché il linguaggio della favola, cioè questa apparente semplicità e leggerezza, così come la canzone, che è uno dei medium più leggeri, è utile per comprendere concetti che da soli diventerebbero troppo pesanti.

Un concept che si rispecchia nella morbidezza complessiva del suono di questo lavoro tra anni ’60, ’90 e musica popolare. Come avete costruito il sound di “Slow”?
In maniera molto spontanea e naturale. È stato bellissimo l’incontro con il produttore Paolo Iafelice, che ha seguito questo lavoro. È stata la prima volta che abbiamo avuto un produttore artistico, di solito ci producevamo da soli, ma vista l’importanza di questo progetto, volevamo un produttore che riuscisse a comprenderci e ad arricchire il nostro suono senza snaturarlo. Quindi è sempre forte la componente acustica, organica della nostra musica, ma Paolo l’ha in qualche modo resa leggera, più facile, un pop/folk, un cantautorato pop.

È anche il vostro primo lavoro che esce senza un legame esplicito con la letteratura.
Si, questo è un disco di pura musica e di pure canzoni, però noi amiamo la trasversalità e ci piace far dialogare le arti fra di loro. In questo disco, l’unico pezzo in cui abbiamo usato la letteratura è “Pellegrinaggio”, in cui abbiamo tradotto e sviluppato un poema di Lord Byron. Leggiamo molto e quindi ci viene naturale rimpastare le nostre suggestioni con quelle di altri. Poi tra l’altro è un pezzo modernissimo, un brano dell’Ottocento che viene ricantato oggi e sembra un brano modernissimo.

C’è una canzone “Macina”, in cui lo strumento per frantumare diventa una metafora esistenziale. Le prime tre cose che butteresti nel vostro frantoio per salvare il mondo?
È complicato. Ad istinto ti direi le false ideologie, l’inedia, quella noia esistenziale, un atteggiamento che detesto e che è molto italiano, questo compiangersi: “Macina” è proprio un invito ad alzare le chiappe e a non lamentarsi. E poi l’ignoranza, nel suo senso più ampio, non soltanto ignoranza di letture, passioni o bellezza.

È un po’ il leitmotiv di “Petrolio”. Perché lo avete scelto come singolo di lancio del disco?
Ci piaceva il contrasto tra il sound vivace e allegro del pezzo nonostante ciò che viene detto. È una canzone paradossalmente allegra. Inoltre, racchiude la poetica del disco ed è un po’ lo specchio del mondo che stiamo vivendo oggi. Il petrolio è veramente diventato la metafora del cambiamento, che è avvenuto nel dopoguerra, dire “togliti quel petrolio dal cuore”, significa dire togliere quello che nella nostra evoluzione ci sta frenando e rovinando.

Voi avete scelto di vivere al’Isola del Giglio, dove avete trovato una sorta di dimensione naturale e selvaggia. Come entrano in questo disco gli orizzonti del luogo che avete scelto come casa?
Credo che inevitabilmente le canzoni assomiglino tanto al luogo in cui viviamo, le abbiamo scritte qui e fanno parte di quel ritmo che noi viviamo giorno per giorno e probabilmente portano con sé il profumo dell’isola, le riflessioni sugli animali che ci stanno intorno, sull’eccedenza di uomini nei periodi vacanzieri.

Sappiamo tutti cosa è successo con la Costa Concordia, com’è la situazione adesso?
È stato un dramma assurdo, ma la cosa peggiore, al di là del turismo da quattro soldi che ha incentivato in quel periodo, è stato lo strascico che ha avuto sulla gente, che si è un po’ arricchita, sfruttando questa grande massa di lavoratori, operai, imprese e, una volta chiuso il cantiere, hanno chiuso pure loro.

Avete in programma date per l’estate?
Si, sarà un progetto che pensiamo nuovo e anche un po’ rivoluzionario, si chiama “Agritour” e ci vedrà portare negli agriturismi questo concerto in veste minimale, chitarra e voce, senza amplificazione. Una specie di musica a chilometro zero, in cui abbinare la musica al buon cibo, al buon vino e al bell’ambiente.

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