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Intervista ai Winter Dust: “Preferiamo cercare una nostra identità sonora”

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I Winter Dust sono in giro da ben dieci anni: il combo di Padova si è formato nel 2008 e, dopo un lungo percorso fatto di musica pubblicata e tanti live, arriva al traguardo del terzo disco “Sense of Erosion”, un disco nel quale a dominare è la cura strumentale e che vede l’apporto vocale in secondo piano. In occasione della nuova pubblicazione, e dell’imminente concerto di presentazione dell’album nella loro città natale, incrociamo il gruppo per due chiacchiere.

Potete raccontarci brevemente la storia dei Winter Dust?
È una band nata come tante, dopo esperienze pregresse e adolescenziali in band emo, screamo, punk, punk hardcore. In quegli anni si veniva da una sbornia di tutta quella ondata di emo/hardcore/metalcore che aveva imperversato e si stava lentamente spegnendo. Ci siamo formati leggendo recensioni su Munnezza e scaricando dischi su WinMx e Soulseek. Quando abbiamo fissato la prima prova io (Marco, Chitarra e Voce) e Marco (tastiere) eravamo alla ricerca di un batterista principalmente, e conoscevamo già Marco (Macchini, batteria) perché andavamo tutti agli stessi concerti, leggevamo le stesse riviste, gli stessi blog, scrivevamo sugli stessi forum. Quando lo abbiamo contattato avevamo in mente un progetto un po’ alla Moving Mountains, alla Thrice, e lui non solo ci è stato ma ci ha presentato Fabio, chitarrista che già conosceva. Completata poi la line-up con Marco Lezzerini (basso), abbiamo iniziato a provare, senza darci troppe scadenze. Le cose sono venute da sé, con tanta pazienza, tenendoci più che a un hobby ma prendendolo meno sul serio di un lavoro. Abbiamo registrato 2 demo e 3 dischi così.

Sulla vostra pagina Bandcamp dichiarate che “Sense of erosion” è stato registrato in tre giorni, ma la sua gestazione è lunga tre anni. Potete raccontarci meglio le registrazioni del vostro ultimo disco?
Quando Enrico Baraldi (Ornaments) ci ha proposto di andare a trovarlo per vedere lo studio ci ha convinto per l’approccio che intendeva dare al disco. L’idea era di catturare l’essenza live della band facendola parlare dalla stanza, senza troppe sovraincisioni e troppo editing o produzione. Era la filosofia che cercavamo perché per noi era nuova; avevamo sempre registrato interminabili sessioni multitraccia, che sono state formative per migliorare nella gestione della tensione, nella tecnica allo strumento e nel capire le nostre stesse canzoni,cosa che può sembrare banale ma non lo è.Per Sense By Erosion sentivamo di poterci spingere un po’ più in là: far suonare bene l’insieme, diventare una band e non una stratificazione di parti. Badare alla dinamica, all’atmosfera, alla resa. Enrico ci ha messi nelle condizioni ideali per fare questo salto, registrando basso e batteria in session suonate tutti assieme, e poi rifinendo chitarre e tastiere in sessioni separate, ma mantenendo comunque un approccio molto scorrevole, spezzettato ed editato il meno possibile. Ci siamo fidati, ma d’altronde con il bassista di una delle band italiane più importanti per il nostro genere eravamo in una botte di ferro.

Quali sono le ragioni che vi hanno spinto a lavorare al mastering con Ed Brooks, che in passato ha lavorato con nomi come KEN Mode, Pearl Jam, Pelican e Fleet Foxes?
In parte l’hai detto tu: ha masterizzato alcuni dei dischi più importanti della nostra vita, penso ai Caspian, agli Isis, ai Pelican. Ti dà un mastering che suona molto naturale, ma riesce a valorizzare i pieni e i vuoti, i cambi di dinamica, tutta la narrazione della canzone. Enrico ci aveva tirato fuori dei suoni eccezionali, con Ed abbiamo fatto una scelta sia qualitativa sia “politica” se vuoi: volevamo un master “americano”, grosso, potente ma rispettoso dell’anima del disco.

Il 14 dicembre presenterete a Padova il vostro disco con un’esibizione dal vivo. Che tipo di concerto porterete nella vostra città natale?
Abbiamo passato molto tempo a lavorare alla dimensione live, e come già detto anche il disco ne voleva essere uno specchio fedele. Il 14 dicembre suoneremo in un cinema, con una formazione allargata e con gli Øjne, una band che amiamo e che ha fatto parte di uno dei nostri concerti spartiacque tanti anni fa, quando più l meno stavamo capendo chi volevamo essere e dove volevamo andare.
Lavoreremo sui visual, su luci ed effetti scenici, per rendere giustizia a una location eccezionale. Volevamo che fosse più di un concerto: un’occasione per il pubblico di vivere qualcosa di diverso da un release show ordinario. Mettere al centro l’esperienza più che il disco. In questo l’aiuto dei Sotterranei, l’associazione di Padova che organizza la data, è stato fondamentale.
L’intero concerto sarà ripreso per trasformarlo in qualcosa di più.

I vostri piani futuri per il tour? Darete più spazio all’estero rispetto all’Italia?
L’intenzione è sicuramente di cercare di suonare all’estero il più possibile. Non abbiamo preferenze territoriali, ci piacerebbe suonare davvero dovunque. È per questo che abbiamo iniziato.

Il vostro gruppo si è formato in un periodo nel quale il postHC aveva molto seguito anche a livello underground. Negli anni molti gruppi di quell’epoca si sono ridimensionati e quasi tutti non riescono a far leva sui più giovani per avere una sorta di ricambio generazionale. Cosa vi spinge a continuare in questo percorso musicale non facile dal punto di vista tecnico e anche (perdona il termine) “di business”?
Bella domanda, ma dipende anche da cosa intendi per Post-hardcore. Noi, più che pensare a un genere, prendiamo da ogni nostra influenza, e scriviamo pezzi che riflettono insegnamenti dalle band che amiamo. Abbiamo un approccio punk-rock allo strumento perché veniamo da lì e tuttora seguiamo tantissime band di quel genere, abbiamo delle pesanti influenze post-rock ma ne evitiamo gli stilemi, abbiamo una scrittura più propria del post-hardcore. Poi quel che ne esce ci piace, e solo in seguito ci poniamo il problema di “Ok, ora come la presentiamo a chi non la conosce?”. Il business non è il nostro forte, non lo è mai stato; preferiamo cercare una nostra identità sonora e lavorare per proporre qualcosa di nuovo. È una scelta che ci ha rallentati? Forse, ma se avessimo provato a suonare qualcosa di più appetibile ma in cui non credevamo, probabilmente saremmo sciolti da anni. Tenere in piedi una band non è facile. Se non ti piace quello che fai e quello che suoni non ce la puoi fare.

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