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Intervista a Mario Biondi: Best of Soul è la celebrazione di dieci anni di successi

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Dieci anni sono passati. Un numero che sembra fortunato per Mario Biondi che, dopo dieci anni di successi discografici ha deciso di pubblicare un doppio album celebrativo, “Best of Soul”. «Musicalmente ho sempre fatto quello che ho voluto e questo progetto è una festa perché dieci anni di discografia sono un bel traguardo» ed effettivamente Mario, coerente con se stesso e il proprio talento, decide di proporre un album mastodontico regalando ben sette inediti.

“Gratitude” è un inno alla gratitudine, verso chi?
La mia gratitudine è verso ciò che mi ha circondato, che ha fatto sì che tutto funzionasse ed è, prima di tutto, verso il pubblico e anche chi lavora dietro, dal management alla crew di un tour. E va anche ad artisti come Pino Daniele e Renato Zero che hanno creduto in me e mi hanno sostenuto dall’inizio.

Come è nato il progetto e quali sono stati i criteri di scelta dei brani?
Questa volta devo dire che ho messo poco il becco e ho preferito più che altro fare l’interprete. È un tributo al mio pubblico. Ho raccolto in questo disco dieci anni in cui sono successe tante cose, grazie anche alla divulgazione internazionale promossa da Sony e alle radio estere che hanno sempre avuto grande attenzione. Questo progetto però si rivolge anche a chi mi diceva di lasciar perdere con la musica: chi dà consigli che possono sembrare negativi, in verità, ti spinge ad andare avanti.

Dieci anni di musica, dieci anni di cambiamento…
Eh, sono cambiate un sacco di cose. Dieci anni fa un addetto ai lavori mi disse che non avrei mai avuto successo cantando in inglese, oggi è stato tutto sovvertito e in questo le nuove generazioni andranno sempre meglio. Guarda gli italiani, anche nei talent, che cantano in inglese.

Ma arriverà mai il momento di cantare in italiano?
Prima o poi succederà, perché no, ma per ora non vogliamo interrompere il flusso positivo che si è creato anche con l’estero. Mi ritengo fortunato perché faccio un genere che esce dai canoni e mi permette di imparare anche da altre mondi. Io scrivo e preparo tante cose nuove continuamente, senza alcun cliché che mi leghi a qualcosa che debba necessariamente rimanere sempre la stessa.

Sei la qualità italiana esportata all’estero, sei il rappresentante italiano di un genere che nel nostro Paese non è particolarmente frequentato: quanto è stato importante per te sbarcare fuori dall’Italia?
Tante volte mi consigliavano di andare all’estero, ma certamente – da italiano – è impegnativo portare fuori un genere come questo, magari nei territori anglofoni in cui è nato. L’accoglienza, però, è stata meravigliosa così come il contatto diretto con il pubblico è una gran bella sensazione. A volte ho un timore reverenziale verso tutto questo, ma lo faccio col cuore e non posso aver paura. Un po’ come i fan giapponesi che vengono al concerto e sanno a mena dito ogni tua canzone, per rispetto.

Ma qual è, alla fine, il meglio del soul?
È un atteggiamento di vita, non solo uno stile di musica. Credo che il meglio sia, in questo caso, il massimo che potevamo esprimere in questa raccolta e in questo rientrano anche i grandi artisti degli anni a cavallo della metà del Novecento.

Sei stato paragonato spesso a Barry White: come lo vivi ora?
Non mi pace essere necessariamente il succedaneo di nessuno e non credo che sia carino neanche nei confronti di White l’idea di avere un successore. Mi piace come carica, ma non voglio essere la seconda scelta, quello che canta come qualcun altro. Certo, questo confronto mi ha sdoganato in certi ambienti e nel disco c’è anche un tributo a questo grande artista con “Stay With Me”. Molti mi scrivono con affetto dicendo che ricordo loro Barry White: perché, allora, non fare un regalo?

Faresti mai il coach in un talent?
La TV mi attrae, mi piace, la guardo. Per esperienza, però, credo mi starebbe un po’ stretto, sarebbe angusto per me perché non credo ci sia tutta questa possibilità di sperimentare. Faccio coaching ogni giorno, quando sono in studio con i ragazzi che produco e lavoriamo anche dodici ore, da mattina a sera, sbagliando e imparando.

Nel 2017 torni in tour: che show vorresti portare in scena?
Conserverò la mia abituale attitudine verso il pubblico ed essendo una tournée celebrativa dovrà rappresentare i punti salienti della mia carriera discografica anche nella scelta dei brani. Ho sempre voglia di condividere energie e riceverne in cambio.

Hai ancora un sogno da realizzare?
Cambiare direzione per me è sempre qualcosa di bello: che dire, magari un duetto con Lady Gaga? Dopo esser stato sul palco con gli Earth Wind & Fire non c’è più niente di impossibile.

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