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Intervista a Massimo Martellotta: “Con Proiezione Privata voglio tracciare una nuova strada”

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A pochi mesi dal successo di “Momentum”, il fondatore, compositore principale, chitarrista e tastierista dei Calibro 35, Massimo Martellotta è tornato con un nuovo progetto solista. Si intitola “Proiezione Privata” ed è qualcosa di diverso: un video-album di cinque tracce, sei nell’album, disponibile su Bandcamp a pagamento, solo fino al 18 maggio, a mo’ di happening, e con il “Nerd Pass” ti fai anche una chiacchierata con lui direttamente dal suo studio su Skype. Una provocazione, una risposta a tempi diversi, come quelli che stiamo vivendo e che l’autore della serie di dischi “One Man Session”, produttore e compositore di musica funzionale per la tv e il cinema – tra cui musiche per le colonne sonore di “R.E.D.” con Bruce Willis, “La banda del brasiliano” di John Snellinberg, “Gli Angeli del Male” di Michele Placido, l’intera soundtrack di “Giusva” di Francesco Patierno e “SAID” di Joseph Lefèvre – già collaboratore di Stewart Copeland, Francesco Tricarico, Eugenio Finardi, Moltheni, Dente, Nina Zilli, Noa e Mauro Refosco dei Red Hot Chili Peppers, ci ha raccontato così.

Ciao Max, partiamo da dove ci eravamo lasciati, il tour con i Calibro stava andando alla grande e poi, all’improvviso, stop, tutto da congelare. Da musicista in che spazio ti sei trovato?
L’aspetto “indolore” è che c’è tutta una parte dell’attività del musicista che non è live e nel mio caso a livello di routine quotidiana è cambiato molto poco, ovviamente sto in una posizione privilegiata, perché avendo il mio studio posso farmi gli affari miei come prima, ma ho anche la possibilità di produrli e pubblicarli. Il problema, però, è quello di come affrontare il discorso dei concerti e, più in generale, quello musicale, di trovare delle forme nuove.

Quindi come ha iniziato a balenarti in testa l’idea di questo progetto?
Molti mi conoscono come chitarrista dei Calibro 35, ma in realtà ho fatto dischi con i sintetizzatori o con orchestra. Due anni fa, infatti, ho pubblicato cinque dischi ognuno dal mood musicale diverso, “One Man Session”, e sempre più raramente, ma comunque scrivo anche musica funzionale, jingle per pubblicità e cose del genere. Da un po’ di tempo mi sono messo a fare dei videini sui social dove suono vari strumenti, per promuovere quello che faccio. Pian piano ho iniziato a divertirmi e a raccogliere un buon feedback dalle persone che mi seguono. Quando ho registrato i video che poi sono diventati “Proiezione Privata”, mi è sembrato che avessero una quadra e una dignità di pubblicazione, così mi sono interrogato sul come.

Cioè?
Prima ho inquadrato l’idea che non fosse solo un disco audio, ma un contenuto on demand video e audio, quindi con una fruizione diversa, ma la domanda era anche come fare a portarlo all’attenzione della gente, visto che non è il solito disco “fuori ora ovunque”. Allora mi è venuta l’idea di questa specie di provocazione: invece di aprire e dare il contenuto a tutti, ho provato a fare il contrario. Il contenuto è di intrattenimento, ma la forma se vogliamo è abbastanza nuova, cioè non è solo il video di uno che suona, un live streaming o una session su YouTube, ma un contenuto speciale, creato ad hoc e che ha una scadenza.

E si paga. Il presupposto principale è quello di restituire valore, anche economico, alla musica, del scegliersela, andarsela a cercare. La questione dello svilimento del valore della creazione musicale, a mio avviso, affonda le sue radici molto addietro, nell’epoca della pirateria musicale e della conseguente necessità per il music business di ridurre i suoi costi, serializzando la creazione musicale. Le cose ora sono un po’ cambiate, ma questo per dire che il valore artistico del prodotto musicale, probabilmente corrisponde anche al valore economico che siamo disposti ad attribuirgli. Tu come la vedi?
Personalmente non ho problemi con la questione dello streaming, l’idea di avere un sacco di musica a disposizione mi piace e credo che ce ne sia più di prima, perché è più facile produrla, anche economicamente, basta un telefono qualsiasi e mezza videocamera per fare musica, proporla e camparci. Io questo lo trovo grandioso, ma la mia riflessione si sviluppa da un momento come questo, in cui la gente si è accorta che il supporto emotivo che puoi avere da un disco, un libro o qualcosa che ti faccia tollerare ciò che senti come una gabbia, è potente, è reale. Non sono neanche contro le dirette Instagram, è un modo per sentirsi vicini, ma a una visione un po’ più ampia svilisce quello che è il lavoro dietro una proposta musicale, perché oltre quel backstage divertente, c’è una proposta artistica che va fatta nelle condizioni migliori e quella non è la condizione migliore. Ecco perché ho provato a dire: “Ok, avete capito che la musica vi serve, adesso cercate di capire che se la pagate, probabilmente, la fruirete anche in maniera diversa”.

È ciò che è accaduto con “Proiezione Privata”?
Chi l’ha acquistata si è preso il suo tempo, si è seduto, si è messo le cuffie e se l’è visto dall’inizio alla fine. Se ci pensi è un tipo di fruizione che da tempo non ci appartiene più, ormai siamo abituati a skippare di qua e di là, incuriositi da tutto quello che ci viene proposto. Ci sta, è un segno dei tempi, la mia proposta, però, è qualcosa di diverso: la acquisti al buio, è esclusiva, è un formato artistico come l’album, ma è più di un album, è un video-album, ma con una scadenza, quindi ha in sé anche un po’ della dinamica del concerto, che, alla fine, ha un senso se lo vai a vedere fisicamente. La sensazione qui è quella del teatro, se quello spettacolo non te lo vai a vedere, l’hai perso. Questo formato potrebbe essere un nuovo sviluppo per la musica, anche anti-Covid, e poi prendere un set, tirare giù un progetto video e audio significa dare lavoro a chi fa lo scenografo, a chi fa le luci, ma in una maniera più teatrale e di intrattenimento, che in maniera live a tutti i costi.

I live, però, mancano e in questi giorni sono state avanzate delle ipotesi per riprendere con i concerti, in particolare in modalità drive-in, sia con le bici, che con le macchine e le moto. A te sembra praticabile?
Il primo tour drive-in che mi sembra di aver visto annunciato veramente è quello di Marc Rebillet, ma lo farà in America e, insomma, accettare il drive-in per un americano è una cosa, qui da noi forse è diverso. Per me come performer, se la gente si diverte a vedere uno show così, bella. L’altro aspetto è quello della macchina, già andar a un concerto in macchina è un inferno, come la gestisci una roba così grossa? E se uno una macchina non ce l’ha? C’è anche il tema della sostenibilità ambientale, credo che chi l’ha progettato avrà tenuto conto di questi aspetti, ma a naso l’idea non mi fa impazzire. Con la bici, l’ho intravisto, e sa di più ecosostenibile, certo, ma è difficile per questioni di rispetto del distanziamento e, alla fine, sono tutte cose che intaccano la fruizione. E poi c’è la questione economica: quanta gente ci sta in un posto così? Quale realtà può stare in piedi senza aumentare il costo dei biglietti. Qualche tempo fa con i Calibro abbiamo suonato a San Paolo in Brasile a un festival e tutto pensavamo, tranne che fosse una roba per mega ricchi. Ecco, lì abbiamo visto com’è quando la cultura costa troppo, la situazione fuori era così pericolosa, che siamo andati via scortati dall’esercito.

Secondo te quanto possono fare le istituzioni a riguardo?
Portare la cosa all’attenzione delle istituzioni è sacrosanto, perché è un’assurdità che non siamo rappresentati, né menzionati dallo Stato, lo trovo grave, ma il discorso è molto delicato. Chi sceglie di fare arte sceglie di rischiare tutto, un conto è il lavoro delle maestranze fondamentali, senza le quali non si potrebbe fare nulla, un conto è chi decide di mettersi in gioco in prima persona come artista e l’assistenzialismo non ha nulla a che vedere con questo. Io sono stato fortunato, perché la mia famiglia ha potuto sostenermi e, invece degli studi, mi ha pagato un anno di scommessa, prima che le cose iniziassero a girare. Chi sceglie di fare arte sa benissimo che domani potrebbe fare la fame, così come i miliardi, ma è un lavoro che si fa perché lo si sceglie. So che è un discorso difficile da fare e forse io non faccio testo, perché vivo una realtà positiva e non so come vivono tutti quei musicisti che vengono sfruttati o tutti gli operatori del mondo dello spettacolo, per i quali il discorso è molto diverso. Al momento, però, il bisogno è che le istituzioni ci facciano sapere cosa possiamo o non possiamo fare, poi ognuno si inventi qualcosa. Io qui sto provando a tracciare una strada, che domani può percorrere qualcun altro, invece di rimanere paralizzato, perché non può fare concerti.

Tu lo rifarai?
Sì, la prossima volta vorrei farlo magari con un nome che possa risuonare un po’ di più, perché mi piace l’idea che questo possa essere un’alternativa per i musicisti e vari colleghi hanno espresso un apprezzamento forte per il progetto. È un’idea semplice da poter replicare, sotto il mio cappello o per i fatti tuoi. Io ho unito Bandcamp e Vimeo, ma l’idea è quella di pensare a una piattaforma apposita e qualche guru web si è già interessato.

Anche i Nerd Pass stanno andando bene. Portaci un attimo nel tuo studio, come te lo sei costruito negli anni e qual è il tuo giocattolino, anzi, il tuo featuring preferito?
Sai che fra tutte le macchine che ho, quella che mi diverte di più è un’ocarina? Mi fa piacere che tu abbia notato i featuring con le macchine, li ho messi anche per dargli una specie di umanizzazione, non è che lo faccio da solo, lo faccio con questi, che sono i miei veri amici, stronzo mondo cattivo. No, scherzo. Ho sempre avuto il mio buco dove fare musica, ma una volta arrivato a Milano mi son fatto il mio studio casalingo, indebitandomi a vita e ora è una risorsa incredibile. Ne ho anche uno fuori casa, ma la maggior parte delle cose le faccio qui e, quando capita di collaborare con qualcuno, c’è un valore aggiunto di rilassatezza, perché la vibe è quella di una tana dei giocattoli. In effetti la strumentazione è lievitata nel tempo, ma per me che sono misantropo e un sentimentalone gli strumenti rappresentano possibilità di esprimermi senza annoiare l’ascoltatore con aneddoti e paturnie personali.

Di solito come ti muovi in studio, hai un metodo o ti lasci trasportare dal flusso degli eventi?
Da quando ho avuto i bimbi sono diventato super mattiniero, nelle prime ore del mattino rendo di brutto, quindi cerco di fare tutte le cose creative e nel pomeriggio faccio le rotture di palle, tipo le mail. Per tutta la quarantena mi sono concentrato sul produrre contenuto, invece di buttare delle idee, faccio materiale, magari mi do dei limiti, mi dico: oggi uso solo questi tre, così faccio anche pratica giornaliera sugli strumenti, che mi serve per ricerca, per studiarli e conoscerli a fondo. Questo mi permette di avere materiale pronto per eventuali proposte di musiche per pubblicità o film, oppure me lo tengo da parte, come nel caso di “Proiezione Privata”. “Piove” e “Il mare” le avevo scritte tempo fa, ma avevo capito che erano un mondo sonoro e un progetto differente, così le ho incasellate in attesa dell’idea giusta per pubblicarle.

Come descriveresti i contorni sonori di “Proiezione Privata”?
Come novità c’è un po’ più chitarra, che nelle mie produzioni soliste avevo usato poco. Ho scoperto i sintetizzatori quattro anni fa e scoprire un mondo enorme e potenzialmente così comunicativo quando hai una carriera già consolidata è tanta roba, quindi mi sono fatto prendere la mano dai synth e li ho messi ovunque, Calibro compresi. In termini di sonorità potrebbe essere una specie di Ry Cooder, ma giusto per dire che c’è una chitarra liquida, Boards of Canada come mood e ultimamente c’è una via di mezzo tra il blues sintetico e la chitarra, che è un po’ quello che ho accennato in “Sabbia Mobile” e che credo che possa essere un buon filone da sviluppare.

Altri progetti?
Con i Calibro la discussione è aperta. Con “Momentum” magari abbiamo perso qualche progster della prima guardia, ma abbiamo aperto tanto a livello di pubblico e ci si sono avvicinati anche i ragazzi, grazie al suono più moderno. Eravamo nel mezzo di una cosa, che stava crescendo in modi che non avevamo ancora visto, quindi adesso stiamo elaborando la ferita e pensando a come muoverci. Da solo, invece, vedrò cosa fare dopo il 18 maggio con questo progetto, che piano piano sta prendendo piede. Magari lo prolungherò o lo replicherò con il contenuto di qualcun altro, magari qui nel mio studio. Con i Nerd Pass ho anche scoperto che mi piace molto spiegare quello che faccio ai ragazzi. Da ventenne non ho avuto insegnanti musicali e non avevo idea di cosa significasse passare qualcosa che sai a qualcuno che è fertile, ma è una figata, è come quando vedi la gente che balla e che chiude gli occhi ai concerti, è una soddisfazione, perché gli hai dato qualcosa che si porteranno dietro per sempre.

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