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Mox racconta il disco d’esordio: “Mi interessa solo essere sincero”

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Ex componente della band Johnny Blitz, Marco Santoro, in arte Mox è stato la bella sorpresa di fine 2018, l’artista che non ti aspetti, capace di cavalcare l’onda fra tradizione e novità, senza perdere un tocco personale quanto mai gradito in questi anni di folle omologazione.

Lo si evince già dal titolo e dalla copertina del suo disco d’esordio da solista, perché quel “Figurati l’amore” è un titolo che si può guardare, leggere e interpretare da svariati punti di vista, tutti validi, tutti esatti. Così come non sbaglierà chi penserà che dentro quel sacchetto di plastica in copertina – oltre all’auspicio di provocare stupore in chi tra cinque o dieci anni vedrà quell’oggetto inquinante ormai caduto in disuso, chiedendosi: “Ma, cos’è?” – ci possa essere qualcosa di nuovo, appena uscito dal negozio e diretto chissà dove o, al contrario, qualcosa di vecchio, ormai inutile e destinato a essere buttato via. A voi la scelta. A noi sembra che la vita di questo disco e quella artistica suo autore siano appena iniziate.

Il titolo del disco nasce come termine di paragone, ma mi piaceva anche questa ambivalenza nel poterselo figurare l’amore. È una frase tratta dal ritornello di “Mara”, che gioca un sacco con le parole, come fanno tutti i testi dell’album e forse è la canzone più riuscita, la più potente, quella dove sono riuscito a riassumere l’intero sapore delle nove tracce del disco, che poi sono collegate a questo tema così innovativo, mai cantato che è l’amore”.

Già, l’amore, quel sentimento che tutti conosciamo, nel bene o nel male, e di cui l’album che descrive un lato ben specifico: “Quello più sofferto, deprimente, tragicomico a tratti, tradimenti, storie che finiscono e così via”. Ma non aspettatevi un disco polpettone, al contrario, “Figurati l’amore”, oltre che un disco ricco di richiami al miglior cantautorato italiano degli anni ’60 e ’70, e con la freschezza, ma senza le tastiere, di quello indie moderno, è un disco musicalmente positivo.

Musicalmente sono ottimista, proprio perché la musica serve a tirare su il morale. Poi chiaramente è un disco molto molto personale e la mia recentissima esperienza con l’amore mi ha portato a scrivere questo. Volendomi mettere in gioco per la prima volta con testi che parlassero davvero di me, che fossero i più autobiografici possibile, non sarebbe stato per niente onesto parlare di un amore felice. Io lo vivo così, insomma, mi piacciono questi lati dell’amore che  lasciano un po’ l’amaro e chiaramente con la musica cerco di compensare. Forse in maniera subconscia la musica mi permette di non deprimermi io per primo con i miei testi e poi mi piace quel senso che si crea tra un testo un po’ più impegnato, intimo e una base un po’ più scanzonata, che stemperi un pochino”, racconta Mox, il cui nome d’arte è un residuato dei suoi anni da writer: “Me lo sono scelto da solo a dodici o tredici anni e tra l’altro nasce da una cosa abbastanza stupida tipo Marco Operazione X, una scemenza del genere, ma poi è rimasto”.

Con un curriculum da illustratore, con il disegno come primo amore e la musica come necessità, Mox, come si diceva, è arrivato alla carriera solista dopo l’esperienza in seno alla band Johnny Blitz. “Sono stati loro a iniziarmi alla scrittura originale e di questo li ringrazierò per sempre”, racconta. “Ho iniziato la carriera solista perché sentivo il bisogno di mettermi in gioco con una scrittura più personale, autobiografica e con questo argomento mi sembrava più ragionevole farlo da solo, proprio perché sentivo l’esigenza di esorcizzare un momento della mia vita, che per fortuna ora è finito e che si chiama “Figurati l’amore””.

Un disco dall’approccio minimale, in cui le parole, poche ma essenziali, sbocciano spesso dalle sequenze di accordi inanellate sulla chitarra, alla ricerca di una sintesi più vera possibile tra musica e testo, e di un’espressione sincera.L’ascoltatore non è stupido, sente quando una cosa cantata da qualcuno è anche vissuta, almeno, io da ascoltatore lo percepisco nelle canzoni degli altri e sono fermamente convinto che gli accordi abbiano un peso e messi in sequenza raccontino già loro una storia, confessa Mox. “Poi, per quanto riguarda il sound, non mi sono voluto impegnare a fare qualcosa di diverso da quello che girava, sono stato sincero, ho rispettato la mia natura musicale, sono un chitarrista e sarebbe stato assurdo buttarla sui synth, che è il suono che va adesso e di cui, secondo, me negli ultimi tempi si è un po’ abusato”.

Così, è fatto di parole e chitarre quanto basta anche il singolo di lancio del disco, “Ad Maiora”, un pezzo che ha rischiato di rimanere fuori dall’album fino all’ultimo e invece versione dopo versione è entrata in pole position. “La prima versione era un po’ troppo perbenista per i miei gusti o comunque per il sapore del disco intero, non lo rispettava”, spiega Mox, prima di chiudere raccontandoci i retroscena del video surreale che la accompagna: “Ho dato carta bianca al regista, che ha lavorato molto per immagini, ma alla fine personalmente ci ho visto dentro una storia, sono io che guardo indietro, al passato, ai brutti ricordi e per andare avanti devono portarmi, perché se no io resto a guardare indietro. Poi tutti i personaggi che compaiono non li vediamo salire, quindi potrebbero essere anche solo nella mia testa, tipo angioletto e diavoletto sulla spalla, ma invertiti con le suore che fumano e ballano e il puglie che picchia l’aria e sorride. Poi però si finisce tutti a spingere”. Ad maiora!

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