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Intervista a Nikki, un appassionato alla corte di Radio Deejay

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In un mondo sempre più abbottonato e finto, una personalità come Nikki è un vero e proprio toccasana. Classe 1971, in quasi trent’anni di carriera Fabrizio Lavoro ha fatto di tutto, iniziando come persona addetta alle affissioni con il sogno del rock and roll e arrivando, nel 2017, ad essere una delle persone di punta del palinsesto di Radio Deejay con “Tropical Pizza”, una delle trasmissioni più longeve dell’emittente milanese. In mezzo molte altre esperienze, da un anno sabbatico negli Stati Uniti alle esperienze come musicista e DJ, con la vittoria di “Un disco per l’estate” nel corso degli anni Novanta.

Incontriamo Nikki a Home Festival 2017, poche ore prima del suo DJ Set che avrebbe concluso la rassegna, per una lunga chiacchierata nella quale sono stati toccati molti punti della sua vita professionale e privata.

Sei pugliese, nato a Foggia ma in Puglia hai vissuto molto poco. Come sono stati i primi anni di vita?
I primi cinque li ho sempre vissuti in posti piccoli ma principalmente in località balneari. E credo che sia questa fase della mia vita ad avermi fatto appassionare al mare: è un periodo del quale non ricordi una mazza, ma i profumi, gli orizzonti ti segnano profondamente. Dopo i cinque anni ho vissuto sempre in paesi all’ombra di una grande città ed ora la mia vita si divide tra città e posti estremi; mi muovo molto, sono sempre in qualche treno, bicicletta, pullman.

So che hai girato moltissimo, anche per concerti. Hai vissuto la coda degli anni Ottanta, quando arrivarono nel nostro Paese i primi grandi eventi internazionali.
Da metal kid ricordo il mio primo concerto degli Iron Maiden nel 1986 o 1987, quando ancora ero minorenne, ma avevo già avuto la fortuna di vedere dal vivo Battiato, nel suo periodo più pop ed ero uno dei ragazzini affezionati alla sua musica. Metal, Blues, Rock, Iron Maiden ma la musica di Battiato è quella che mi accompagna da più anni della mia vita. “La voce del padrone” mi ha aperto un mondo, una cosa che poteva essere vissuta da un ragazzo ma anche da un quarantenne.

Hai visto i Maiden del 1986, e già si può parlare di una band che stava facendo discutere..
Stiamo parlando del tour di “Somewhere in Time”, album che apprezzo moltissimo, ma di quegli anni bisogna parlare del tour: erano una band devastante. Tra l’altro li ho rivisti di recente e la band c’era tutta e, pur essendo passati trent’anni, erano ancora carichi. Massimo rispetto per i Maiden.

1990 è l’anno del tuo debutto su Radio Deejay, come sono stati i primi anni in una realtà che, anche grazie a Deejay Television, stava vivendo un grande fermento?
Nel 1990 c’era ancora Deejay Television, pur essendo alla sua coda finale; ricordo bene che quella trasmissione la guardavo da ragazzino e, per me, fare un provino per quella realtà era un qualcosa di surreale. È stato comunque un salto per quanto mi riguarda perché, mentre prima per i concerti dovevo andarci facendo una colletta, ora potevo andarci con l’accredito; potevo ricevere i dischi gratis. Nella pratica dei fatti non credo che la cosa abbia cambiato il mio entusiasmo nei confronti della musica, anzi, lo ha fomentato perché potevo andare a qualsiasi concerto e non mi ritrovato più costretto a dover scegliere.

Deejay Television è stato il tuo primo lavoro?
No, in realtà in precedenza avevo fatto qualcosina. L’ironia della sorte ha voluto che, poco prima del provino per Deejay Television, feci delle affissioni, per 10000 lire a sera alla notte con il gelo e il freddo, per il Capodanno 1990 di Fiorello e, due mesi dopo, feci il provino con Fiorello davanti a me. C’era ancora Cecchetto negli anni Novanta e Deejay Television fu una sua creazione, un voler portare in TV il mondo della radio. Erano presenti Jovanotti, Leonardo Pieraccioni. Fu un ingresso in un mondo più grande del mio, con tutti i pro e i contro, ma conservo ricordi positivi di quegli anni.

Non molto tempo fa parlai con i Finley proprio di Claudio Cecchetto e me lo avevano descritto come un fiume in piena con le idee chiare fin da subito. Cosa ricordi del suo rapporto con lui? In una fase della carriera lasciasti Radio Deejay per seguirlo in Radio Capital.
Diciamo che il provino che mi cambiò la vita fu quello di Deejay Television, poi il programma andò bene perché mostravo la passione in ciò che presentavo e che è un po’ l’attitudine con la quale mi pongo ancora oggi nei confronti della musica. Fu lui a propormi per una tramissione come Rock Hit e, quando decise di lasciare Deejay per fondare Radio Capital, mi sentii quasi in dovere di seguirlo, visto che fu lui a portarmi in questo mondo; anche se poi decisi di ritornare, facendo le stesse cose che facevo prima, quando lui decise di abbandonare Radio Capital. Lui è stato un grande maestro, uno che vive tanto di adrenalina ed entusiasmo per le cose che gli piacciono. Poi non è detto che le cose che piacciono a lui piacciano anche a te ma, indipendentemente dai gusti musicali, come visione, determinazione e positività è stato un grande maestro. È un grande condottiero, ma un generale severo quando si tratta di massacrare, ha anche lui un Dark Side.

Hai anche un Disco Per L’Estate all’attivo, con la canzone “L’ultimo bicchiere”.
Parliamo di tantissimi anni fa, ricordo bene, ma per me fu un modo per andare in tv con la mia band, la Gibson Les Paul per proporre una ballad stile Bon Jovi. Anche se la kermesse non era il mio mondo musicale, fu un modo per farmi conoscere al grande pubblico. Per quella canzone lavorai con gli 883 e, inizialmente, quel pezzo era destinato a finire in un loro album: erano una band molto produttiva e, nella versione originale, “L’ultimo bicchiere” era un pezzo alla Depeche Mode e io la trasformai in una ballad da band hard rock. Con Max Pezzali tuttora ho un ottimo rapporto e, proprio a Torino alcuni anni fa, salii sul palco con lui a suonare quella canzone. Di quegli anni ricordo un’esperienza simile a quella del servizio militare, rapporti che non si sono esauriti e con quel qualcosa che rimane sempre, quell’alchimia che mi tiene ancora unito a Jovanotti e Fiorello.

Nella tua vita hai passato un lungo periodo negli Stati Uniti, sia nel tuo anno sabbatico nel quale davi lezioni di italiano da Starbucks sia, più recentemente, al SXSW. Cosa ricordi di quegli anni negli States e che ruolo ha quella Nazione nella tua persona?
Era sicuramente una specie di Mecca per l’amante del rock and roll e di tutto quello che si basa nel blues. Gli stessi Rolling Stones e Beatles, pur essendo inglesi, guardavano molto a quella nazione, perché i grandi come Chuck Berry ed Elvis erano tutti nati lì. Poi si può affrontare l’argomento schiavitù, ma la musica è nata lì e per quanto mi riguarda resta un grande punto di riferimento. Negli anni sicuramente ho imparato a vedere il lato dark degli Stati Uniti che magari a vent’anni, quando vai a Los Angeles per incontrare i Motley Crue, fai un po’ fatica a vedere. Culturalmente restano un punto di riferimento ed oggi, oltre alla musica, seguo anche altre sue sfumature. Basti pensare che il mondo dei podcast presenta molte realtà fantastiche, le radio hanno realtà underground fighissime che puoi sentire grazie alla tecnologia. Diciamo che seguo molto gli Stati Uniti da qua poi, alla fine, cerco comunque di andarci durante l’anno.

Questo tuo interesse ti ha portato ad essere uno dei primi a parlare della serie Netflix “The Get Down”.
Povera, non ha avuto il successo di “Stranger Things”, ma trovo abbia avuto delle idee molto fighe.

“Tropical Pizza” dura da più di vent’anni. Come mai è ancora in vita da così tanto e senza un restyling?
Sì, il format dura da vent’anni ma per come lo si conosce adesso abbiamo festeggiato i dieci anni l’anno scorso. La necessità di un restyling secondo me avviene quando tu stesso sei in restyling, cerchi di togliere o migliorare qualcosa di te stesso. Mi piace pensare che il programma maturi insieme a te stesso, che mantenga una sua natura sia da chi ti segue dagli esordi, con i quali sei cresciuto insieme, sia da chi ti segue da poco tempo. È tutto in evoluzione.

Non ti senti un po’ un influencer, avendo anticipato alcuni gruppi poi sulla bocca di tutti, come ad esempio i Thegiornalisti?
Sui Thegiornalisti non ci giurerei, di sicuro con gli Ex-Otago, Le Luci Della Centrale Elettrica, I Tre Allegri Ragazzi Morti ai quali era già riconosciuta la stima del mondo indie ma non avevano ancora ottenuto spazio radiofonico. In queste cose molte volte va a culo, visto che si vive in una realtà dove ti puoi entusiasmare per cose che ancora in molti non conoscono. È la fortuna di vivere in un determinato ambiente e di avere l’entusiasmo di un appassionato, un musicista, di chi capisce di intuire se c’è un accordo magico in una canzone e, soprattutto, avere la possibilità di trasmettere queste canzoni in radio. Non è una cosa fatta essere il precursore.

Ti senti un po’ lo Zane Lowe italiano?
Lo prendo come un grande complimento, anche perché con Zane ho alcuni punti in comune: siamo quasi coetanei, è anche lui un musicista, è sempre in giro per il mondo, adora fare le interviste. Se mi dici “Sei il”, accetto il complimento ma in ogni caso mi riconosco nella sua attitudine, nell’entusiasmo di incontrare l’artista e sincera curiosità di sapere cosa ti risponde, scoprendo cose nuove. Sicuramente, Zane Lowe tutta la vita.

Fa anche molti DJ Set anche se tu, in realtà, ti ritieni un selezionatore.
Lo faccio per rispetto nei confronti dei DJ. Non faccio magheggi tecnici, ma riesco a tenere la pista piena scegliendo le canzoni giuste e il momento nel quale farle partire. Certo, essere un musicista è un’esperienza che mi aiuta molto come DJ.

Quali sono i cinque gruppi più importanti per la musica che hai avuto modo di conoscere in venticinque anni di carriera?
Sicuramente i Red Hot Chili Peppers, un riferimento che dal vivo sono più bravi oggi rispetto agli anni Novanta, quando fecero i dischi più fighi. Altri quattro è veramente dura.. personalmente metto i Dandy Warhols che, pur non essendo famosissimi, li ritengo importanti con quel rock dritto, un atteggiamento artigianale e con una canzone che ha cambiato la vita di molti. Mettiamo anche gli Alt-J, capaci di trovare una chiave poetica con i bassi? Anche i Radiohead, un gruppo che ha avuto anche un’impronta ambientalista nei suoi concerti, organizzando eventi ad impatto zero. È dura scegliere il quinto nome perché ritengo la musica una cosa collettiva, non una collezione di punte di diamante, è una domanda alla quale si dà del peso importante. Stavo per dirti Macklemore, un nome che ha portato nell’hip hop a quel livello, a quella popolarità, con un concerto, un sarcasmo e una certa varietà e maturità nei testi, che ti porta a parlare di migrazioni e negozi vintage. L’autore di un pezzo che dice che puoi essere figo con venti dollari e che non servono gioielli o ville in piscina, poi riempi i palasport con ragazzi che questi valori o riferimenti di questi tipo non hanno. Posso aggiungere gli Oasis, l’ultima grande rock band?

Foto: deejay.it

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