Intervista ai Northlane: “Il nostro obiettivo è scrivere ogni volta il miglior disco possibile”

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A distanza di quasi due anni dalla loro ultima data nel Bel paese, finalmente i Northlane hanno fatto tappa in Italia al circolo Svolta di Rozzano (MI), in occasione del Dissonance Festival 2017. Abbiamo incontrato Josh Smith e Marcus Bridge (rispettivamente, chitarrista ritmico e vocalist della formazione australiana) per quattro chiacchiere riguardo al tour promozionale, l’inaspettato nuovo album, “Mesmer“, e alcune curiosità.

Non ci vediamo da un paio d’anni ragazzi, come va? Come procede il tour?

Marcus: Sta andando davvero benissimo, siamo praticamente alla fine adesso, ma abbiamo avuto l’opportunità di suonare su alcuni palchi pazzeschi in grandi festival. Tantissimo pubblico, ogni volta che salgo sul palco e mi trovo davanti tutta questa gente riesco solo a pensare “assurdo!”

Tagliamo subito la testa al toro: ve lo chiederanno tutti e non possiamo esimerci neanche noi… in un periodo in cui la pubblicazione di un album è preceduta da mesi di hype, teaser, studio report, voi avete deciso di fregarvene e di pubblicare “Mesmer” senza nessun preavviso. Siete impazziti?

Josh: (ride) No, non siamo impazziti! Ogni volta che pubblichiamo nuovo materiale cerchiamo di fare qualcosa di diverso e ogni campagna promozionale realizzata per le release dei nostri dischi, è stata differente da quelle fatte in precedenza, quindi anche stavolta pensavamo di fare qualcosa di nuovo. Per “Mesmer” volevamo che la release fosse come un regalo per i nostri amici. Volevamo che potessero ascoltarlo anche gratuitamente nello stesso momento in cui il disco fosse stato disponibile. Li chiamo amici e non fan perché in fondo sono loro il motivo per il quale possiamo fare i musicisti, meglio ancora, la ragione grazie alla quale possiamo farlo. Quindi come ogni regalo che si rispetti, volevamo che fosse una sorpresa e volevamo che fosse qualcosa di diverso, di nuovo, forse anche un pochino matto, e ha funzionato decisamente bene a mio avviso.

Quindi siete soddisfatti di questa scelta?

Josh: Sì, assolutamente! Molte persone erano convinte che le vendite degli album fisici sarebbero state influenzate in modo negativo da questa mossa. Certo, in alcune parti del mondo è stato così, ma in Australia siamo comunque arrivati al terzo posto nelle classifiche.

Non male visto che non avete nemmeno fatto dei pre-order, cosa che di solito è fondamentale per pompare le vendite del disco nella prima settimana!

Josh: Esatto! E la cosa ancora più interessante è che al giorno d’oggi, almeno per noi, il 75% dei profitti viene dal mondo digitale e di questi il 50% provenie dai servizi di streaming come Spotify, Apple Music o Deezer. Appena il disco è uscito i nostri ascolti in streaming sono letteralmente schizzati alle stelle! Se mi passi il termine è una ”win-win situation”: i nostri fan sono felici perché hanno potuto ascoltare il disco immediatamente, anche gratis se volevano, la nostra label è felice perché così tanti ascolti significano profitti anche per loro e infine noi siamo contenti perché sia fan che label sono contenti. Non saprei cosa chiedere di meglio! Ora, non so se ripeteremo questo esperimento proprio perché, come dicevo, ci piace provare cose nuove quando si tratta di release, ma guardando i risultati credo che sia stata la mossa giusta.

Marcus: Credo che un grosso ruolo nel successo di questa uscita un po’ anomala sia da attribuire al passaparola: anche se non c’è stato l’hype iniziale che solitamente accompagna la pubblicazione di un disco, c’è stata una grossa risposta da parte dei fan che non sono per niente abituati a mosse come questa.

In effetti pensandoci gli unici a scegliere questo percorso sono stati gli Avenged Sevenfold e…. Beyoncè. Un mercato leggermente diverso dal vostro direi.

Marcus: Esatto!

Complimenti per il coraggio ragazzi, perché nel mondo metal l’unico tentativo era stato fatto dagli Avenged Sevenfold come ricordavamo poco fa, ma non ha funzionato così bene per loro…

Josh: Guarda, sarò sincero, non ti dico che non fossimo spaventati dall’idea di fare un terrificante flop, ma alla fine l’unica cosa che conta è la musica. Se scrivi il disco giusto che mantenga la connessione stabilita con i tuoi fan, puoi gestirti la release un po’ come ti pare perché, giustamente, ai tuoi ascoltatori interessa la tua musica. L’industria è cambiata parecchio negli ultimi 10 anni, ma anche così c’è stato chi ha criticato aspramente sia la nostra label che noi per questa scelta, tutto perché si aggrappano a quello che c’era una volta, ai metodi con i quali sono nati e cresciuti, invece la nostra etichetta ci ha permesso di fare quel che volevamo e ci ha supportato interamente.

Se come dicevi il 75% dei guadagni deriva dal digitale non vedo perché puntare tutto sull’hype per il preorder del fisico, il vostro discorso non fa una grinza.

Josh: Esatto, alla fine qual è il senso di chiedere ai tuoi fan di preordinare un disco? È un po’ come ficcargli il tuo artwork giù per la gola, che è poi l’unica cosa che possono avere al momento del preorder, non è il motivo per cui lo facciamo.

Cambiamo leggermente argomento, avrete notato anche voi che di recente molte band non esattamente alle prime armi hanno deciso di gestire le loro release completamente da sole e senza il supporto di una label, vi siete mai chiesti se questa strada potesse andar bene anche per voi? Parliamo di nomi come Darkest Hour e While She Sleeps, giusto per capirci.

Josh: Sì, ci abbiamo pensato. Recentemente il nostro contratto con la UNFD (ndr la loro etichetta discografica) è scaduto e abbiamo deciso tutti insieme di rinnovarlo. Per quanto ci riguarda era la cosa più sensata da fare: la UNFD per noi è sempre stata una label perfetta, ci hanno sempre supportato al massimo delle loro possibilità e sono sempre stati molto creativi. Ovviamente una discografica non lavora gratis e prende una grossa porzione dei profitti, soprattutto quando si tratta della vendita dei dischi, ma per fare un album servono dei fondi. Senza un finanziamento iniziale non vai da nessuna parte e la nostra label ci ha semplicemente chiesto: “Quanto vi serve per il prossimo disco?”. Per me il punto è questo: perché vai da un avvocato quando ti serve un consiglio legale? Perché vai da un parrucchiere per farti tagliare i capelli? Per quanto io rispetti in pieno chi sceglie la strada del DIY, secondo me sarà difficilissimo fare un lavoro nel marketing, nella distribuzione, nella gestione della release e in tutti gli aspetti correlati, che sia paragonabile a quello che potrà fare una buona label. Certo, ci sono un sacco di etichette pessime in giro al giorno d’oggi, ma noi ne abbiamo una fantastica. Quindi rinnovare il contratto con la UNFD, era la scelta migliore. Perché sì, magari avremmo potuto tentare la strada del DIY e guadagnare qualche soldo in più, ma visto tutto l’impegno che la UNFD sta investendo su di noi, se questo ci permette di diventare una band molto più grossa di prima, alla fine anche i nostri guadagni saranno più grossi di prima, non credi? E soprattutto questo ci permette di mantenere il focus sulla cosa più importante, che è scrivere ogni volta il miglior disco possibile, sia per noi che per i nostri ascoltatori. In fondo anche le band che abbiamo citato prima hanno comunque un management.

Immagino che quando si arriva al vostro livello sia impensabile gestire la band sotto tutti gli aspetti senza l’appoggio di professionisti.

Josh: No infatti, finché sei ad un livello iniziale puoi, all’inizio ero io a gestire il management per i Northlane, ma quando si arriva al punto di dover organizzare la logistica, ottenere i visti da differenti nazioni ognuna con regolamenti diversi, gestire pagamenti per le crew in diverse parti del mondo, allora diventa davvero troppo. Molto meglio lasciarlo fare a chi ne è in grado!

Marcus, l’ultima volta che abbiamo parlato (li intervistai durante il tour promozionale di “Node” nel 2015, ndr) eri entrato in questo mondo davvero da poco. Sono passati due anni, ormai la patina di novità assoluta si è dissolta, come ti trovi in questo ambiente? La tua percezione è cambiata?

Marcus: Bella domanda, non so come risponderti però! Hai ragione, all’inizio era tutto assolutamente nuovo per me e tutto decisamente eccitante. Però lo rimane anche ora, perché la band sta crescendo e ogni cosa che facciamo diventa un pochino più grande e più bella per noi. Quello che sicuramente ti posso dire è che mi sento decisamente molto più a mio agio in quello che faccio. Appena ho iniziato con i Northlane ero un pesce molto piccolo in uno stagno enorme. Cercavo disperatamente di capire come comportarmi. In questi anni ho davvero imparato un sacco di cose.

Beh sei partito direttamente dalla Premier League, non era facile!

Marcus: No infatti! Sicuramente è stato molto stressante all’inizio. Non sapevo bene come gestire le aspettative da parte dei fan, ma per fortuna mi hanno accettato e questo mi ha aiutato a entrare più in confidenza con me stesso e a scoprirmi molto più a mio agio di quanto pensassi appena iniziato.

Con questo disco poi, hai potuto partecipare al processo di scrittura fin dall’inizio.

Marcus: Sì! Ti dirò, anche in “Node” ho potuto assistere a buona parte della scrittura del disco, ma la situazione per me era molto diversa. Stavo ancora cercando di capire cosa fossero i Northlane e cosa io potessi portare di buono nella band. Con questo disco invece ho potuto abbattere quei muri che mi ero autocostruito intorno. Ho smesso di pensare “mah, non so, chissà se quest’idea va bene, magari la scarto da solo” o cose simili e ho iniziato semplicemente a proporre tutto quello che sentivo fosse adatto, anche se significava spingere per soluzioni nuove.

Torniamo a parlare del nuovo disco, “Mesmer”. Cosa c’è dietro? Sembrerebbe essere un ulteriore passo avanti, dal punto di vista compositivo, rispetto ai lavori precedenti.

Marcus: Credo che moltissimi fattori abbiano contribuito alla realizzazione di questo disco, sia per quanto riguarda la musica che i testi, credo che si possa dire che eravamo molto più preparati. Abbiamo avuto anche molto più tempo per sperimentare. “Node” è stato composto e registrato molto velocemente, è uscito 5 mesi dopo il mio ingresso nella band e 3 mesi li abbiamo passati on the road, quindi non abbiamo avuto il tempo di sederci e focalizzarci solo sulla scrittura del materiale. Per questo disco invece abbiamo avuto la possibilità di stare nella stessa stanza e, ti parlo dei testi, soffermarci su alcuni punti specifici delle canzoni e discutere di cosa volevamo esprimere. Abbiamo passato una settimana in Germania in uno studio solo per le pre-produzioni.

Oltretutto siete volati negli States per registrare il disco con sua maestà David Bendeth (produttore di band del calibro di In Flames, Papa Roach e Of Mice and Men, ndr).

Marcus: Sì, è stata un’esperienza davvero forte perché è un grandissimo producer. Ci ha spinto in ogni modo a superare i nostri limiti e anche questo è uno dei fattori responsabili dell’evoluzione della band che puoi sentire nel nuovo disco. Davvero, gli dobbiamo molto perché ci ha aiutati ad uscire dalla nostra “comfort zone”. Un paio dei brani sono stati scritti, almeno dal punto di vista dei testi, direttamente in studio dopo alcune settimane di lavoro con David. Ci ha aiutati a trovare la sicurezza in noi stessi per fare esattamente quello che volevamo fare.

Diciamo che avete sentito la differenza tra lavorare con un sound engineer o con un vero e proprio produttore in grado trovare i vostri punti forti così come i vostri punti deboli e ragionarci con voi.

Marcus: Assolutamente sì. Per esempio, nel registrare le voci David ha sempre fatto in modo che io fossi completamente dentro la canzone, mentre la registravo. Mi ha permesso di entrare perfettamente nel mood del testo per farmi tirare fuori le emozioni giuste. Credo che sia stato fondamentale per la mia crescita come cantante e per rendere ancora più personali le canzoni. Non ho solo cantato il testo, ma ne ho interpretato le emozioni. Credo che si senta e ne sono davvero soddisfatto.

In questo disco avete anche spinto più in là l’uso dell’elettronica, c’è lo zampino di Bendeth anche qui?

Josh: Credo che la musica più originale nasca dalle influenze più diverse. Il fatto che ci sia più elettronica nel disco non ha nulla a che vedere con David però. È tutto merito di Jon (Dailey, chitarrista dei Northlane, ndr) che è tuttora il principale compositore della band. Ha voluto sperimentare di più con l’elettronica e ha deciso anche di suonare le sue parti live introducendo nel nostro setup anche pad e synth sul palco. “Mesmer” effettivamente ha al suo interno molta più sperimentazione con nuovi suoni e nuove idee di quanto siamo riusciti a fare in passato con i precedenti dischi. In “Node” la vera novità era Marcus, alla sua prima release con noi, probabilmente il resto è finito perso perché non siamo stati capaci di gestire nel modo migliore tutti i nuovi input. Con “Mesmer” invece sapevamo esattamente cose desideravamo fare. Ecco perché abbiamo avuto la possibilità di lasciarci andare e di provare tutte le idee matte che ci venivano e anche grazie a David siamo riusciti a mettere sul disco finito tutto quello che volevamo.

Marcus: Siamo tutti influenzati da differenti generi musicali…

Questo ve lo devo chiedere… ho letto che tra le vostre influenze citate anche Deadmau5.

Marcus: (ride) Sì, beh deve sicuramente averlo detto Alex, il nostro bassista!

Josh, voi siete sempre stati famosi per la assoluta perfezione dei vostri suoni live come anche per i vostri rig mastodontici. Anche in questo tour ti sei portato dietro le tue solite immense pedaliere? Visto che prima parlavamo di logistica degli spostamenti, volare con tutta quella strumentazione dev’essere un incubo!

Josh: (ride) Sì forse ho un pochino esagerato! Purtroppo no, questa volta non me l’hanno permesso. Abbiamo una parte della nostra strumentazione qui in Europa, così da non doverci portare dietro ogni volta tutta la nostra backline, quindi mi sono dovuto adattare. Soprattutto per questo tour, in cui suoniamo in molti festival, e non avrebbe avuto senso insistere. Però lascia che te lo dica, è come abituarsi a guidare una Ferrari e poi trovarsi seduto dietro il volante di una Fiat. Funziona, ma non è proprio la stessa cosa. Insomma, guidare una Ferrari è meglio!

Grazie a Martina Di Berardino

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