Omar Pedrini presenta Come se non ci fosse un domani

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Un disco per parlare ai giovani, “Come se non ci fosse un domani”. Si intitola così il nuovo album con cui Omar Pedrini, lo Zio Rock, torna sulla scena a tre anni dall’ultimo “Che ci vado a fare a Londra”, ma soprattutto a due anni e mezzo dalla seconda operazione a cuore aperto, subita a causa dell’ipertrofia cardiaca, che in passato lo ha tenuto lontano dalla musica per otto anni.

Parla a ruota libera l’ex chitarrista e cantante dei Timoria, in conferenza stampa martedì a Milano. Si rivolge ai giornalisti con la passione e la calma, con cui spiega la musica ai giovani allievi del Master in Comunicazione Musicale per la Discografia e i Media dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nel raccontare la genesi di un disco nato in un letto d’ospedale.

Quando ho avuto la fortuna di riaprire gli occhi, mi hanno spiegato bene il mio problema e ovviamente ho fatto i conti con le mie condizioni fisiche congenite, con questo cuore ipertrofico che ho e che mi crea spesso problemi, ma per la prima volta rispetto alle altre due, in cui mi hanno salvato la pelle, mi sono reso conto che le paure e le ansie che avevo io, le avevano anche gli altri, l’Italia, la società, il mondo”, spiega l’artista.

Sono l’inquietudine, la rabbia e la chiamata alle armi delle nuove generazioni l’ipertesto delle dieci tracce (undici nell’edizione in vinile), che compongono il disco. “Credo che la maggior parte di noi abbia paura per il Pianeta abusato a più non posso, paura del terrorismo, soprattutto chi vive a Milano o Roma, paura di non arrivare a fine mese, che ho vissuto sulla mia pelle stando fermo otto anni col mio lavoro, senza fare dischi e quindi senza avere guadagni e dei leader sempre più guerrafondai che giocano a mandarsi le bombettine e che sembra si divertano sulla nostra pelle”.

In un gioco di chiaroscuri, Omar Pedrini fa i conti con la sua rabbia, ma l’intento come spiega è sempre quello di trovare la luce, come racconta: “Sono pacifista, si sa, la non violenza è stata una mia scelta, ma oggi sono incazzato nero, leggo e vedo cose assurde. La mattina apro il giornale e leggo che Trump ha dichiarato che non rispetterà i trattati di Parigi sul clima. A me viene voglia di sfasciare la casa! Il 2020 sarà il punto di non ritorno e Trump non vuole rispettare i trattati di Parigi. Lo dice come dire evviva la Coca Cola, e voi non fate niente? Non uscite in strada a fare casino? Noi avremmo bloccato l’università per venti giorni per una roba del genere. E allora ho capito che questi ragazzi, che io adoro, non sono una generazione dopo la mia, sono un’epoca dopo la mia e io voglio delle dritte da loro per imparare il linguaggio del loro tempo, ma voglio anche dargliene di dritte, trasferirgli le cose migliori del mio tempo. Ecco perché ho scritto questo disco pensando ai miei figli e ai ragazzi in generale”.

Un album scritto più di pancia che di testa, inseguendo la cronaca più che la poesia, presentando testi semplici e diretti, quasi delle istantanee. “Era proprio un’urgenza che avevo dentro quella di raccontare in una chiave mia personalissima e se vogliamo un po’ vecchio stile, l’atteggiamento che mi appartiene in questo momento”. Quel vivere come se non ci fosse un domani, che significa tuffarsi di testa nella cornucopia della vita, in un party cosmico e psichedelico, resuscitando i valori hippie della Summer of Love, tornando ad amarsi e ad annusarsi; ma anche combattere la propria battaglia, consapevoli di non avere nulla da perdere.

Tra sei mesi avrò un controllo, che mi dirà se avrò bisogno di un’altra operazione, intanto mi hanno dato il permesso di cantare e di fare il mio lavoro, allora ho pensato che fosse il momento di scrivere questa specie di lettera piena di inquietudine e di disincanto rispetto alle condizioni di precarietà in cui viviamo. Io non sono uno di quegli adulti che pensano che i giovani d’oggi non abbiano voglia di fare un cazzo, però vedo che spesso si chiudono in casa. Uscite invece, armatevi di un buon libro e fate sentire la vostra voce, scendete in piazza, come hanno fatto i ragazzi del liceo Manzoni di Milano l’8 marzo, ho messo il corteo in copertina sul mio singolo, perché vederli per me è stata un’epifania, che mi ha detto che i giovani ci sono e sono pronti a fare la loro parte, hanno solo bisogno di qualche dritta situazionista”.

“Gioia e rivoluzione”, direbbero gli Area, due poli di un disco che sul versante musicale, non a caso, va a pescare negli anni ’70 delle contestazioni giovanili e della musica rebelde di Finardi, Graziani, Bennato, tutti amatissimi da Omar Pedrini, che qui espone il suo lato cantautorale più di quanto abbia mai fatto in passato, ma senza tralasciare l’aspetto più ruvido e rock, sempre presente nel dna dell’Omar chitarrista dei Timoria.

Vintage, in una parola, come due delle collaborazioni da urlo presenti in questo lavoro: Ian Anderson dei Jethro Tull e Lawrence Ferlinghetti, poeta e ultimo baluardo della Beat Generation. La terza è quella con l’ormai amico Noel Gallagher, che gli ha donato, caso unico, la sua “Simple Game of a Genius”, B side pubblicato solo sul mercato giapponese, tradotto da Omar in “Un gioco semplice”.

“Anni fa visto che sono un grande fan di Noel Gallagher andai al suo concerto di Firenze e trovai questo mio amico, Andrea, ex dj, che nel frattempo aveva aperto un management e rappresentava gli Oasis in Italia. È stato lui, che oggi è anche il mio manager, a presentarmi Noel dopo il live. Così di chiacchiera in chiacchiera mi chiede se suono anch’io e lì interviene Andrea, che dopo qualche tempo mi chiama, dicendomi che aveva fatto ascoltare qualche canzone a Noel e che il sabato dopo mi aspettavano a Londra per parlare. E lì mi è venuta l’idea per la canzone “Che ci vado a fare a Londra?”, che mi ha portato a Manchester negli studi di Gallagher a incidere con i Folks. Mi davo pizzicotti, già vedere lo studio di Noel per me era un sogno, ma proprio grazie a quella canzone e alla possibilità che mi ha dato lui, che ho ricominciato a fare questo mestiere”.

E da Gallagher è arrivato Ian Anderson, incontrato in una delle varie cene tra amici (gente tipo kate Moss, David Beckham, Bobby Gillespie…). “Stavo parlando con Ian Anderson, un tipo un po’ burbero e a un certo punto arriva il suo fonico, un ragazzo marchigiano Emanuele, detto Manny, che mi confessa che la sua canzone preferita è “Sole spento”. Iniziamo a chiacchierare e mi dice, vieni con noi quando vuoi, è un onore. Ovviamente colgo l’occasione. Un giorno, poi, dico a Manny, che avevo una canzone, in cui ci sarebbe stato un solo di flauto, ma che se fossi andato io da quel burbero di Anderson mi avrebbe dato un calcio nel culo, quindi gli ho chiesto di fargliela ascoltare. Un mese dopo mi arriva una mail di Ian Anderson, la apro agitatissimo e leggo: “Questo è l’assolo che ho messo nella tua canzone, spero che ti piaccia. Nella parte lenta ho fatto quello che avresti voluto tu, poi mi ha preso la mano e ho fatto un solo alla fine, se non ti piace cancellalo”. Sono corso in studio col fonico ad ascoltarlo. Così è nato il solo di Ian in “Angelo ribelle”, nella maniera più umana e generosa possibile”.

E poi c’è Ferlinghetti, con cui Omar Pedrini ha già collaborato, ma in situazione di reading poetico. Arzillo novantaseienne, un po’ burlone – gli piace vestirsi da cowboy o da indiano – leggenda vivente della Beat Generation. “Un giorno mi chiama dicendomi che aveva scritto una canzone. Lì per lì ho pesato, ma come ha fatto ascrivere una canzone, che non ha mai suonato uno strumento? Invece era a fare un reading in un club a San Francisco e mentre leggeva c’era un suo amico che strimpellava la chitarra. Gli ho fatto notare che quella non era proprio una canzone e lui mi fa: “allora scrivila tu una canzone su questo testo”. È stato il momento più importante della mia vita artistica, l’ultimo dei beat, uno che ha pubblicato Allen Ginsberg, Kerouac, loro migliore amico, protettore, poeta, mi chiede di fare una canzone con lui. L’ho musicata, gliel’ho mandata, lui ha approvato e così ho l’onore di avere una canzone firmata Ferlinghetti-Pedrini in questo disco”, conclude Pedrini, che domani partirà da Torino per l’instore tour.

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