Intervista ai Periphery: “Per non rimanere intrappolati nel passato è vitale sperimentare”

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Qualche ora prima della data milanese del mini tour italiano che ha visto Periphery, The Contortionist e Destrage impegnati sullo stesso palco, abbiamo avuto il piacere di incontrare la band originaria di Washington D.C. e di chiacchierare del tour stesso, del loro ultimo disco, Periphery III: Select Difficulty e del punto a cui ad oggi la formazione ha evoluto il suo sound rivoluzionario all’interno e oltre i confini di quella vena particolare del progcore/progressive metal che i Nostri hanno contribuito a creare, con la curiosità e voglia di sperimentare tipica di chi non solo ama i tecnicismi nella musica, ma anche rispettare la fluidità tra un genere e l’altro senza troppe distinzioni.

Una vita sul palco
I Periphery hanno appena concluso la tranche statunitense del loro tour in compagnia dei Contortionist. Le date europee sono iniziate da pochissimo, senza lasciare un attimo per tirare il fiato, ma la soddisfazione va ben oltre la stanchezza: “Fino ad ora tutte le date sono state grandiose, il pubblico ci ha accolto sempre con calore, non vorremmo essere in un nessun altro posto se non qui”. Viene spontaneo quindi chiedersi che lavoro ci sia dietro a tutto questo, e soprattutto come e quanto vengano vagliate le setlist prima di essere pronte per essere gettate in pasto ai fan. “Di solito qualche settimana prima che inizi il tour selezioniamo una dozzina di canzoni e le mettiamo in ordine. Poi qualche giorno prima le proviamo in successione per vedere come rende il flusso e decidiamo quali sostituire, se aggiungerne altre, o magari modificare lievemente alcune parti. Diciamo che ci vogliono un paio di settimane per chiarirsi le idee e stabilire cosa suonare e come suonarlo”. E la scelta di aprire con due brani relativamente pacati come A Black Minute e Stranger Things è se non altro piuttosto peculiare. Ma è stata una conseguenza naturale. “I due pezzi sono idealmente connessi. A Black Minute apre Juggernaut: Alpha e Stranger Things chiude Juggernaut: Omega. C’è anche da dire che non amiamo aprire i nostri set in maniera troppo violenta o pompata, di norma lo facciamo con pezzi più lenti e riflessivi. Ci sembrava un altro modo per andare controcorrente, se ci pensi la maggior parte delle band apre con le loro canzoni più energiche”.

Periphery III: Select Difficulty
La composizione del quarto album in carriera per i pionieri del djent non è stata differente rispetto ai dischi precedenti. “Di solito componiamo mettendoci davanti al computer registrando passaggio per passaggio, strumento per strumento”. Ma nonostante rifletta un immaginario nerd (“select difficulty” è un chiaro rimando al mondo dei videogame e degli hardcore gamer, del quale la band di Mansoor e soci fa fieramente parte) non è un concept album come il precedente Juggernaut: Alpha e Omega. “Ogni pezzo è un’entità singola che vive di vita propria. Come Periphery I e Periphery II, esplora il nostro sound caratteristico. Ci sono canzoni più heavy, altre più melodiche, altre più progressive, altre ancora più violente. Pensiamo che possa davvero accontentare tutti”. Ma c’è un filo rosso a tenere unito il tutto ed è presente in molte canzoni sotto forma di motivo melodico ricorrente. “È quel piano che senti in The Way the News Goes, l’outro sinfonica/orchestrale di Absolomb, e che in Lune alla fine sviluppiamo tutti insieme, ognuno con il proprio strumento”. E Lune appunto, l’ultimo brano in Periphery III: Select Difficulty (e anche l’ultimo in tutte le setlist di questo tour) è un pezzo molto particolare, sia nelle tematiche che nella composizione. “È una canzone d’amore. Spencer (Sotelo, ndr) ha scritto le lyrics per la sua ragazza, e riflette sulla condizione in cui a volte ci si ritrova, quando inaspettatamente si viene salvati da qualcuno. Per quanto riguarda la parte strumentale, è una delle prime canzoni che abbiamo iniziato a scrivere. È venuta fuori in modo organico, cosa molto inusuale per noi e per il nostro modus operandi”.

Un sound in evoluzione perpetua
I Periphery sono noti per la voglia di sperimentare. Ci sembrava giusto chiedere in che modo si etichettassero loro stessi ora come ora. “Siamo molto difficili da incasellare in un singolo scompartimento. Descrivere il nostro sound come progressive heavy metal ci permette di rimanere fedeli alla nostra sensibilità, ma se vogliamo possiamo esplorare anche altre opzioni musicali”. E come ogni band che si rispetti, l’unione fa la forza, anche nelle diversità. O forse soprattutto per questo motivo. “Ascoltiamo un po’ di tutto, dall’elettronica, al jazz, alla classica”. E per quanto riguarda il metal? “Non ne ascoltiamo quasi più. La maggior parte delle produzioni metal contemporanee sono assolutamente impeccabili, ma ci sembra che non abbiano più molto da dire. Se non si esplorano nuovi territori non si cresce. C’è sempre il rischio di tornare indietro e rimanere intrappolati dal passato, quindi sperimentare è vitale, oltre a venirci spontaneo per il momento e per fortuna”. E in effetti, in ognuno dei quattro album realizzati dalla band si possono individuare elementi nuovi. “In Periphery III è l’aspetto orchestrale, in Periphery I e II gli elementi elettronici, in Juggernaut entrambi oltre all’idea di mettere in piedi per la prima volta un concept album. Anche per il prossimo disco adotteremo questa filosofia di pensiero, nonostante sia un’idea ancora molto nebulosa per ora”.

Mai accontentarsi, ma…
Di acqua sotto i ponti dal 2005, anno di fondazione dei Periphery, ne è passata parecchia. Jake Bowen, uno dei chitarristi della formazione, ricorda il suo arruolamento alla causa: “Prima di entrare ufficialmente nella band ero amico di Misha (Mansoor, ndr), avevo sentito alcune delle sue demo in Internet e mi avevano colpito profondamente, mi sembrava un sound che non era stato ancora esplorato da nessuno, e ho fatto di tutto per entrare a far parte del progetto. Ho lasciato il lavoro, ho chiuso un capitolo della mia vita, mi sono trasferito dal Maryland a New York e ho raggiunto Misha solo perché morivo dalla voglia di suonare quella musica. Non avevo grandi aspettative, sapevo solo che questa musica era speciale per me”. E dopo più di dieci anni, e dopo il successo di Periphery III: Select Difficulty, i Nostri sono giustamente e meritatamente in orbita: “Non potremmo essere più felici del risultato finale di tutte le nostre fatiche e sacrifici. Finalmente abbiamo capito cosa possiamo creare come band, fin dove possiamo spingerci. Ci sentiamo davvero realizzati”. Ma guai a dormire sugli allori.

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