Intervista a Santiago: “Senza il rap non sarei qui, ma questo è un disco di rottura”

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Nuovo singolo per Santiago, si intitola “La stanza” e anticipa il nuovo disco, in arrivo entro la fine dell’anno. Scritto a quattro mani con Andrea Bonomo (Nek, Ramazzotti, Giuliano Palma ecc.), il singolo è la conferma della svolta cantautorale dell’artista brindisino, recentemente entrato nella scuderia Universal. Due album rap in curriculum – “Ghiaccio e Magma” (2013) e “Diamante” (2014) – Marco Muraglia, in arte Santiago, ci ha raccontato tutto o quasi del suo nuovo progetto, prodotto da Stefano Giungato.

“La stanza” è un pezzo introspettivo, ma anche sognante nella melodia e nel testo, in che momento della tua vita è arrivato?

È un pezzo di rottura rispetto al rap dei miei primi due album. Quando ho cominciato a scrivere il nuovo disco, era come se stessi continuando quello precedente e quando non c’è l’upgrade da un prodotto all’altro vuol dire che c’è qualcosa che non va. E poi avevo dentro quest’esigenza di cambiamento. In chiave pop avevo già scritto per altre persone e mi ero reso conto che era una cosa che poteva piacermi tantissimo, anche perché il mio background è quello, io sono cresciuto ascoltando Battiato, De Gregori, De Andrè. Quindi quando mi sono reso conto che riuscivo a scrivere per gli altri, ho pensato che potevo farcela a scrivere anche per me e ho composto il ritornello de “La stanza”. L’ho fatto ascoltare ad altre persone, che scrivono pop da anni e mi hanno detto, che se quello era il mio inizio e la mia visione della cosa, potevo farcela. Il che mi ha dato tanta carica e ho deciso di scrivere così tutto il disco.

Il singolo che lo anticipa è una canzone d’amore, ma il tema della ricerca di un posto, anche immaginario, dove sentirsi finalmente a casa è probabilmente il più importante e universale oggi.

Ho raccontato una storia d’amore, perché è il sentimento più universale e il modo più semplice per dire quello che volevo dire. Il pezzo, però, parla di uno stato mentale, e l’ho scritto per me, perché nella vita mi sento spesso fuori luogo, come se non fosse mai il mio posto e se dovessi andare via da dove sono, come se fossi sempre alla ricerca della tranquillità. “La stanza” dice proprio questo, ti porto via dove puoi sentirti bene, senza quest’ansia. Credo che quello di sentirsi molto spesso fuori luogo, a prescindere da dove ci si trova, sia un pensiero comune, uno stato mentale dovuto molto anche alla società i cui viviamo.

Già in un pezzo vecchio come “Amsterdam” parlavi di questo.

Si, quando l’ho scritto tutti pensavano “Amsterdam”, le canne, il quartiere a luci rosse, ma quel pezzo, che, si, all’epoca era un po’ legato all’effetto della cannabis, voleva proprio raccontare la sensazione di tranquillità che ti dà quella città.

Per “La stanza” hai collaborato con Andrea Bonomo, uno che ha scritto per gente come Ramazzotti, Nek, Giuliano Palma, dove vi siete incontrati artisticamente?

Ci ha presentati il mio manager Edoardo Tozzi. Devo confessare che all’inizio ero molto geloso, perché ritenevo la scrittura un momento intimo, personale e in certi casi è così. Però ho scoperto la bellezza del condividere un argomento con un’altra persona, che è affascinante quanto scrivere da solo, è proprio una bella sensazione unire le teste. Andrea, poi, è una persona speciale, sempre costruttivo e per me è stato fondamentale, perché passare da una scrittura rap a una pop è traumatico, puoi utilizzare la metà della metà delle parole, ma quando riesco a farlo ho il doppio della soddisfazione di aver scritto una strofa che spacca.

Cosa ti mancava nel rap, al di là della mancata evoluzione tra un disco e l’altro?

Non mi mancava qualcosa, anche perché nel rap ho sempre cercato di metterci tanta musica, non era il rap classico underground, ma era proprio il tipo di comunicazione che non mi apparteneva più, quella rabbia che traspariva nei miei primi due dischi stava andando spegnendosi e la sensazione era quella di esprimermi in maniera forzata, cercando di creare dentro di me una sensazione che in realtà non c’è più.

Cos’è cambiato nella tua vita, che ti ha fatto sbollire?

Non so se è l’età, ma ricordo che anni fa ero proprio incazzato, non mi andava bene niente, avevo sempre questo senso di ribellione, ero sempre stra convinto di avere la visione giusta delle cose. Crescendo, invece, mi sono reso conto che non è così, la vita non è così, passare una vita incazzati può essere uno stimolo in qualche situazione, ma in generale è un martirio. Ho fatto un respiro, mi sono detto, calma, la musica è quello che vuoi fare, cerca di vivertela bene, cerca di fare quello che desideri anche se ti spaventa. E mi ci sono tuffato in pieno.

Del rap invece cosa ti porti dietro?

Tutto quello che c’è di bello, perché il rap è stata la cosa che mi ha convinto a dire: tu puoi fare musica. Se non ci fosse stato il rap non sarei qui e non avrei nemmeno fatto questo cambiamento. Il mio obbiettivo, infatti, è cercare di portare nei pezzi un po’ più leggeri, non dico pop, perché nel disco c’è tanta roba, la stessa sensazione che davo nei miei pezzi rap. Tanti ragazzi che ascoltano la mia roba mi hanno detto che quello che scrivo li ha aiutati ed è stato importante per loro. Ma c’è qualcosa di più bello? No. Quindi questo è e rimane il mio obiettivo nel fare musica. Questa volta con meno parole, ma che tocchino veramente il cuore.

Lo stesso che ti ha spinto a iniziare? Tu hai studiato per diventare tecnico del suono, quando hai capito che, invece, il tuo posto era dall’altra parte del banco?

In realtà io ho studiato da tecnico del suono, proprio perché avevo preso coscienza del fatto che volevo fare musica. Il mio primo disco me lo sono fatto tutto da solo e la scuola mi è servita tantissimo per poter iniziare la mia carriera.

Il nuovo disco, invece come suonerà?

La cosa figa è che finalmente è suonato e questo per me è un obiettivo raggiunto, mi sento molto più musicista che in passato. Conterrà dei pezzi riconducibili al mio passato, non è rap, ma quasi una nuova forma di comunicazione, io la chiamo teatro perché è come se recitassi determinate cose, senza metrica, senza flow, ma solo un cercare di dirti una cosa nel modo che attiri la tua attenzione. Poi ci son dei pezzi reggae, del pop, mi piace spaziare, ma soprattutto si intravede quello che è il mio background musicale. Ho cercato di raccogliere tutte le informazioni, per cercare di fare un disco che mi rappresentasse al 100% e infatti non vedo l’ora di farvelo sentire, perché è lì che si avrà il quadro completo di quello che ho voluto fare.

Ultima curiosità: sei nel momento migliore della tua carriera?

Sì. Più che altro mi sento un’adrenalina addosso che non avevo neanche quando ho cominciato. Ora, tra l’altro, sono cosciente di avere una grande opportunità, lavorando con Universal, so che il livello è alto e che possiamo lavorare al massimo delle nostre possibilità per avere in mano un disco di cui essere orgoglioso.

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