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Lady In Satin

- 19xx - Jazz

Se Ella Fitzgerald è stata la più nota e Sarah Vaughan la più raffinata, la cantante jazz che più ha contribuito a modificare e innovare la musica afroamericana è stata sicuramente Billie Holiday. “Lady Day”, così soprannominata dal grande sassofonista Lester Young, ha costruito il suo stile vocale partendo dal primigenio ‘urlo’ blues di Bessie Smith e Ma Rainey, ma ha poi dato spazio alla sua natura intimamente malinconica e sofferente e al suo bisogno d’improvvisare sulle parole come se queste non fossero altro che spunti per elaborazioni di stampo prettamente ‘strumentale’. In breve, la “voce come strumento“, ben prima di Demetrio Stratos e altri sperimentatori del Dopoguerra. Ma è la Holiday in prima persona a spiegare meglio di chiunque altro questo tipo di approccio: “Io non mi figuro di cantare. Io mi sento come se suonassi uno strumento a fiato. Cerco di improvvisare come Pres (Lester Young, ndr.), come Satchmo (Louis Armstrong, ndr.). Quello che esce fuori è ciò che sento. Non mi va di cantare una canzone così com’è. Devo cambiarla alla mia maniera”. Il disco scelto, “Lady In Satin”, al contrario di molti altri presenti in queste pagine non è una raccolta: è il penultimo album registrato da Billie prima della sua morte. Dopo un’esistenza drammatica e segnata dalla tossicodipendenza, la sua voce era ben diversa da quella degli esordi; più aspra, tragica, meno cristallina. Tuttavia i 12 standard qui interpretati testimoniano un’arte dalla spaventosa carica emotiva, irrintracciabile nel 99% di chi seguì le orme di Lady Day.

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