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The Downward Spiral

Nine Inch Nails - 1994 - Industrial Metal

L’EP “Broken” di due anni prima era stato un punto di svolta importante; rispetto all’esordio “Pretty Hate Machine” (1989) Reznor aveva aumentato il tasso di pesantezza sonora, ispessendo l’assalto delle chitarre e fondendolo in modo ancora più spietato con l’elettronica. I testi seguivano di pari passo, cupi, deliranti e sessualmente espliciti (“Happiness In Slavery”). “The Downward Spiral” è la naturale continuazione su più lunga distanza di quel predecessore, con la differenza che qui il livello qualitativo è ancora più alto, tutti gli elementi si combinano alla perfezione e rendono il disco un capolavoro irripetibile. La “spirale discendente” di cui parla il titolo è la rappresentazione della discesa nella follia di “Mr. Self Destruct“, personaggio che si presenta nell’omonimo brano e che racchiude in sé molte delle angosce di Trent stesso, oltre a una buona dose di deliri, ossessioni, paranoie e psicosi che l’uomo schizoide del (quasi) Ventunesimo Secolo cova nei recessi più oscuri della sua mente. Si tratta di quell’alienante rumore di fondo che viene indicato nel testo di “The Becoming” (“It won’t give up it wants me dead, goddamn this noise inside my head“), una delle 14 tappe di questo viaggio negli inferi spirituali dell’uomo. Certo in alcuni punti l’iperrealismo della narrazione sfiora livelli di autocompiacimento e ‘maledettismo’ forse un po’ artefatti, ma si tratta di un espediente in grado di valorizzare ancor di più la musica, e in questo senso l’arsenale espressivo messo in campo è straordinario. Sino ad allora l’hard rock, il metal, l’electro e l’industrial non erano mai stati trattati con la stupefacente sapienza che i Nine Inch Nails dimostrano di possedere in quest’opera. Il pregio maggiore di “The Downward Spiral”, quello che lo rende uno dei più grandi capolavori nella storia del rock, è la creazione d’intensissimi climax emotivi, ottenuti tramite le detonazioni più furiose e convulse di una particolarissima miscela sonora fatta di chitarre ronzanti e sintetizzatori fuori controllo, che una volta toccato il loro vertice si spengono in squarci ambient o in aperture melodiche di struggente bellezza. Perché, nonostante tutto, il genio visionario di Reznor sa unire sperimentazione industrial metal e accessibilità ‘pop’ in una sorta di “abbraccio mortale” che nessun altro ha saputo eguagliare. Il successo non è solo artistico ma anche commerciale: l’album vende oltre 5 milioni di copie in tutto il mondo ed è certificato quadruplo platino negli USA.

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