Music Attitude
STORIA DELLA MUSICA - I MIGLIORI DISCHI
musicologia-2018

Accadde in quell'Anno

Il 2018, così come i suoi predecessori, continua a essere un anno di grave instabilità, politica, economica e sociale. Se da un lato la strategia del terrore dell’ISIS sembra perdere forze, limitandosi a qualche sporadico attentato (come quello di Carcassonne e Trèbes del 23 marzo), dall’altro la situazione in Medio Oriente (in particolar modo in Siria) e in Sud America vede un netto peggioramento, così come le scelte poco popolari del Governo Trump soprattutto in merito al tema dei migranti.

Durante i primi mesi del 2018 inoltre, è stato sfiorato un botta e risposta nucleare tra Stati Uniti e Nord Corea, potenzialmente devastante per le sorti del mondo intero. Vladimir Putin viene rieletto Presidente della Federazione Russa per la quarta volta, e il 4 marzo si svolgono le elezioni politiche in Italia, a cui è seguita una crisi istituzionale durata 89 giorni (la più lunga della storia repubblicana), al termine dei quali il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affidato l’incarico di formare un nuovo governo a Giuseppe Conte, giurista designato come premier di un governo di coalizione tra Movimento 5 Stelle e Lega.

Tra il 23 e il 26 luglio scoppia una lunga serie di terribili incendi nella regione greca dell’Attica, calamità destinata a devastare anche la California nel mese di novembre, guadagnandosi il record di roghi più vasti e mortali della storia dello Stato nordamericano. Il 14 agosto si verifica il crollo di una sezione dello storico ponte Morandi a Genova, causando la morte di 43 persone. La pratica ignobile dell’utilizzo inappropriato dello spray al peperoncino durante i concerti rap e trap provoca l’uccisione di sei persone e il ferimento di altre 59 pronte ad assistere a un’ospitata di Sfera Ebbasta in una discoteca di Corinaldo (in provincia di Ancona) nella notte tra il 7 e l’8 dicembre. L’ultimo mese dell’anno ha visto anche centinaia di vittime in seguito a un devastante tsunami causato da una massiccia eruzione del vulcano Krakatoa in Indonesia.

Nel 2018 ci hanno lasciato moltissimi protagonisti della politica, della scienza, dello spettacolo e dello sport nazionale e internazionale, tra cui citiamo Dolores O’Riordan, “Fast” Eddie Clarke, Pat Torpey, Davide Astori, Stephen Hawking, Avicii, Ermanno Olmi, Anthony Bourdain, XXXTentacion, Joe Jackson, Vinnie Paul, Sergio Marchionne, Aretha Franklyn, Kofi Annan, Mac Miller, Charles Aznavour, Stan Lee, Bernardo Bertolucci e George H. W. Bush.

Ma per fortuna, il 2018 non è stato solo un anno di pessime notizie. Il 24 marzo infatti si è svolta la “March for Our Lives”, una manifestazione contro il possesso di armi che si è tenuta contemporaneamente in più città statunitensi. “Black Panther”, la prima pellicola incentrata su un supereroe di colore, è stata anche il primo film ad essere trasmesso nei cinema dell’Arabia Saudita dal 1983. Il 3 maggio l’ETA, l’associazione terrorista separatista basca, annuncia il suo scioglimento. Il Principe Harry e l’attrice Meghan Markle si sposano il 19 maggio davanti a un’audience di 1.9 miliardi di telespettatori. Sempre a maggio il regolamento generale sulla protezione dei dati (meglio noto come GDPR) entra in vigore con l’intenzione di rafforzare e rendere più omogenea la protezione dei dati personali di cittadini dell’Unione europea, e l’Irlanda dice finalmente sì alla legalizzazione dell’aborto. A luglio la Francia vince i Mondiali di calcio in Russia e il Canada diventa il primo Stato al mondo a legalizzare la marijuana per uso ricreativo, mentre in Arabia Saudita è concesso di guidare anche alle donne. Il 26 novembre, la Sonda InSight atterra con successo sulla superficie di Marte, dando origine a una nuova frontiera per le ricerche nello spazio.

Passando alla musica, nel 2018 abbiamo assistito al solito tripudio di uscite discografiche, tra ritorni, conferme e sorprese. Il rock internazionale ha visto (tra gli altri) i nuovi lavori di A Perfect Circle, Alice In Chains, Anna Calvi, Arctic Monkeys, David Byrne, Greta Van Fleet, Jack White, Lenny Kravitz, Muse, Paul McCartney e Slash featuring Myles Kennedy and The Conspirators.

Il rap e il pop internazionale hanno fatto numeri grandissimi (soprattutto il rap, grazie ai record di Drake nel mondo, e in Italia di Sfera Ebbasta, che fa segnare successi clamorosi anche nelle chart di streaming internazionale complici produzioni di livello planetario) con le uscite di Anderson Paak, Ariana Grande, Camila Cabelo, Cardi B, Charlie Puth, Dua Lipa, Eminem, Imagine Dragons, Janelle Monae, Justin Timberlake, Kanye West e Kid Kudi, Lil Wayne, Nicki Minaj, Shawn Mendes e Twenty One Pilots. A livello globale (e quindi anche in Italia), il 2018 è stato l’anno della trap, consacrata universalmente da Post Malone, XXXTentacion e Travis Scott e ulteriormente diffusa in territorio nostrano dai tour nei palazzetti di Ghali e dalle hit di molti colleghi come Achille Lauro e Sfera Ebbasta. Lo spopolamento globale della trap e dell’autotune ha causato anche interessanti conseguenze social. Molti fan del genere (per lo più pre-adoloscenti), lasciano Facebook rivolgendosi piuttosto a Youtube e Instagram dove spopolano le webzine settoriali, una moderna versione delle fanzine rock underground degli anni ottanta.

Cambia ancora una volta anche la fruizione della musica stessa. In un mondo discografico basato sullo streaming la soglia di attenzione per i dischi interi è oramai bassissima e la maggior parte degli artisti puntano paradossalmente a inserire più pezzi possibili in un album per aver più chance di posizionare singoli brani nelle chart e ottenere un numero maggiore di dischi d’oro.

Facendo una piccola incursione nel mondo del cinema, il successo planetario di “A Star Is Born” (con Lady Gaga e Bradley Cooper) e soprattutto del biopic “Bohemian Rhapsody”, oltre che dei concerti di Bruce Springsteen e Taylor Swift proposti in streaming su Netflix, fanno ben pensare a un futuro in cui musica e cinema possono convivere in una nuova forma di vita.

Continua inarrestabile l’ascesa degli eventi estivi in Italia con il primo concerto di Eminem in assoluto in territorio nostrano, tenutosi a Milano, seguito da Firenze Rocks e Imagine Dragons a Milano Rocks, oltre ai tour nei palazzetti e open air di Pearl Jam, U2 e Roger Waters. La musica live made in Italy gode di sorti altrettanto positive, in particolar modo per i veterani come Laura Pausini (la prima donna a esibirsi al Circo Massimo), Vasco Rossi, Caparezza, Cesare Cremonini (sia nei palazzetti che negli stadi), ma anche per tante nuove leve come Maneskin (esibitisi per il momento solo nei club) e Thegiornalisti, oltre a sdoganare del tutto il rap nei palazzetti con i concerti per esempio di Salmo (che si esibisce suonando con una band e non basandosi su dj e autotune, oltre a dare alle stampe “Playlist”, il suo album dei record sia per la campagna promozionale che ne ha preceduto l’uscita sia per il successo commerciale) e l’indie di Calcutta all’arena di Verona e negli stadi. J-Ax e Fedez a San Siro con La Finale registrano il record assoluto di paganti per data singola al Meazza. Ricordiamo doverosamente i gravi problemi di salute di Emanuele Spedicato, chitarrista dei Negramaro, che hanno causato uno slittamento del tour della band salentina dall’autunno del 2018 a metà febbraio del prossimo anno.

Non si ferma il Festival di Sanremo, che per la sua sessantottesima edizione si è svolto dal 6 al 10 febbraio 2018 ed è stato condotto da Claudio Baglioni (che ne è stato anche il direttore artistico), Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino. I vincitori del Festival sono stati Ermal Meta e Fabrizio Moro con “Non mi avete fatto niente”, mentre per la sezione Nuove Proposte il vincitore è stato Ultimo (vero e proprio protagonista assoluto delle prevendite per il suo tour che prevede in schedule anche una data allo Stadio Olimpico di Roma nel 2019) con il brano “Il ballo delle incertezze”. Con una media del 52,16% di share è risultata l’edizione più seguita del Festival dal 2005.

Se da un lato prosegue inesorabile la parabola discendente dei talent (della passata edizione di X Factor molto probabilmente si ricorderà con più facilità negli anni l’esclusione di Asia Argento per un presunto scandalo sessuale e la sua sostituzione in giuria con Lodo Guenzi) e di moltissimi vincitori delle scorse edizioni (note eccezioni a parte), la discografia italiana continua a godere di ottima salute. Tra le uscite più importanti citiamo Elisa, Marco Mengoni, Ermal Meta e Luca Carboni, mentre non accenna a fermarsi l’irresistibile successo in coppia di indie e rap (e trap) con le ultime uscite da una parte di Calcutta, Thegiornalisti, Gazzelle, e dall’altra di Salmo, Nitro, Noyz Narcos, Dark Polo Gang.
Sul fronte lotta al bagarinaggio (argomento caldo almeno dal 2016) il clima non è dei più sereni, considerato lo scontro in atto tra i promoter sulla questione biglietto nominale e la prosecuzione dell’inchiesta su secondary ticketing.

ALBUM 2018 – I 40 DISCHI PIU’ IMPORTANTI DELL’ANNO

Anna Calvi – Hunter
Il terzo album di Anna Calvi, a ben cinque anni di distanza dal precedente “One Breath”, è un’ulteriore presa di posizione della cantautrice britannica nei confronti della parità dei sessi e della consapevolezza del proprio corpo, prendendo spunto dalla fine di una lunga relazione e dall’inizio di una nuova storia. “Hunter” è un lavoro quindi in cui il lato maschile e femminile dell’artista si interscambiano nell’idea universale di “cacciatore”, riversando passione e carica sensuale in tutti i pezzi che compongono la sua ultima fatica, oltre che nei video promozionali (“Don’t Beat The Girl Out Of My Boy”), e nelle influenze blues (“Alpha”), utilizzando voce e chitarra come strumenti primari, talvolta scarni e sussurrati e altre volti urlati e graffianti. “Hunter” nel suo complesso è il disco più intimo e intenso che la Calvi abbia mai dato alle stampe, conquistandosi definitivamente il suo posto d’onore al fianco di mostri sacri come PJ Harvey e Siouxsie.

Benji e Fede – Siamo solo noise
Benjamin Mascolo e Federico Rossi, oltre a essere tra i teen idol più in vista in Italia da qualche anno, sono anche campioni di vendite, essendosi posizionati con “Siamo solo noise” in cima alla classifica delle vendite del nostro Paese e guadagnandosi anche un disco di platino (come del resto hanno fatto anche i precedenti album del duo emiliano). Il più recente lavoro di Benji e Fede dipinge perfettamente il quadro del pop giovane di oggi, arricchito da tanta elettronica e condito da qualche comparsata rap (vedi Shade in “On Demand”), ma anche da una spruzzata di reggae (“Take Away”) e EDM alla Martin Garrix (“Glu Glu”), per non parlare delle immancabili ballad (“XX Settembre”), con testi in cui i giovanissimi di oggi possono rispecchiarsi, tra primi amori, scuola, stories di Instagram e bevute in riva al mare, nonostante i Nostri, complice la produzione impeccabile e le nuove influenze esposte qualche riga sopra, stiano cercando di staccarsi l’etichetta di teen idol ed evolvere al livello successivo.

Boston Manor – Welcome to the Neighbourhood
Quella dei Boston Manor è una storia (oltre che un’evoluzione) molto interessante e per molti versi decisamente coraggiosa. Partiti come band pop punk (i primi EP e il disco di esordio sono lì a dimostrarlo) nel non troppo lontano 2013, oggi sono arrivati ad essere una delle giovani formazioni più calde del panorama alternative grazie a “Welcome to the Neighbourhood”. Il secondo album in carriera per i britannici è un disperato urlo alternative, post-hardcore, post-emo e grunge, in cui di pop punk rimane davvero poco (vedi qualche reminiscenza in “Tunnel Vision”), ma in cui spiccano le doti vocali del frontman Henry Cox e un saliscendi di dissonanze, alla base di un concept sulla vita di periferia, fatta di depressione, droga, alcol, disoccupazione e sogni infranti. Oltre ad essere il disco della svolta per il Boston Manor, e un’opera destinata a sopravvivere alla prova del tempo.

Breaking Benjamin – Ember
Il sesto album in studio dei Breaking Benjamin ha messo d’accordo un po’ tutti. Dopo anni di uscite abbastanza altalenanti in termini di qualità, per non parlare di una miriade di complicazioni interne al combo alternative metal (la paura di volare e i problemi di salute del frontman Benjamin Burnley, che hanno anche portato a un temporaneo scioglimento della formazione, oltre a qualche bega legale),i Nostri ritornano a quello che sanno fare meglio e ai fasti di “Phobia” (2006), regalando un disco, “Ember”, in cui la formazione della Pennsylvania ritrova ispirazione e varietà compositiva, complice anche una line-up ormai rodata (anche in sede di songwriting), bilanciando perfettamente melodia e aggressione, e accontentando quindi al tempo stesso gli amanti dei pezzi più radiofonici e delle sonorità più heavy (proponendo questa dicotomia anche all’interno dei singoli brani, il cui esempio più lampante e meglio riuscito è “Red Cold River”).

Calcutta – Evergreen
“Evergreen” è il disco della consacrazione di Calcutta. Il cantautore originario di Latina e trapiantato a Bologna (il cui vero nome per la cronaca è Edoardo D’Erme) oltre a conquistare con la sua terza fatica il favore della critica, si piazza saldamente al primo posto della classica FIMI, con un disco che non solo replica il successo di “Mainstream”, ma consolida la posizione dell’artista nel panorama indie italiano, o, come molti preferiscono etichettarlo, “itpop”. Per non parlare del successo live, dato che il giovane cantautore ha coronato il suo anno di gloria suonando anche nella sua Latina allo Stadio Francioni all’Arena di Verona. La fortuna di Calcutta sta nel suo songwriting diretto e sincero, nostalgico e spesso dissacrante, che ha conquistato anche mostri sacri del pop nostrano come Elisa e Luca Carboni (per la prima infatti Calcutta ha scritto il brano “Se piovesse il tuo nome”, per Carboni invece “Io non voglio”).

Charlie Puth – Voicenotes
Il successo planetario di Charlie Puth non è stato un caso, ma il frutto di un lavoro di lima non indifferente sul personaggio e sul sound, che si erano fatti notare entrambi abbondantemente già con il precedente “Nine Track Mind”. Per questo quindi “Voicenotes” è arrivato al numero quattro nella Billboard 200, oltre a sfornare cinque singoli, uno più fortunato dell’altro (“Attention” infatti è arrivato al numero cinque della Billboard Hot 100 e “How Long” ha toccato invece la ventunesima posizione). L’album, prodotto dallo stesso Puth, presenta due anime speculari: da una parte infatti troviamo i pezzi più ballabili, fondati su influenze funk e elettroniche, dall’altra invece il volto più acustico e intimo dell’artista, che nel giro di appena due anni dal debutto ha dimostrato una crescita e una maturità invidiabile, anche da colleghi ben più navigati.

Cosmo – Cosmotronic
L’ex frontman dei Drink To Me, arrivato al terzo album solista, trova finalmente la via del successo, che verrà coronata con una data al Forum di Assago a inizio 2019. Facendosi conoscere grazie a uno schedule di concerti nei club piuttosto serrata nell’arco degli anni, caratterizzati da ritmi coinvolgenti e decisamente ballabili (con la presenza di due batteristi fissi sul palco), il cantautore di Ivrea (vero nome Marco Jacopo Bianchi) dà alle stampe un disco (anzi due, a voler esser precisi, che superano complessivamente l’ora di running time) improntato sull’electro-pop ma con una vena decisamente personale, quella del cantautorato già presente nelle pubblicazioni precedenti del Nostro, che aggiunge profondità a un lavoro solo all’apparenza leggero e spensierato. La hit “Sei la mia città” ne è la dimostrazione, oltre che la prova del fatto che Cosmo è pronto a sganciarsi dalla catena “it-pop” (composta dai vari Calcutta o Thegiornalisti) per proseguire in autonomia.

Dance Gavin Dance – Artificial Selection
Dai Dance Gavin Dance ci si aspetta niente meno che dischi di qualità. Infatti, nella loro prolifica carriera (otto album in poco più di dieci anni di attività) Jon Mess e soci hanno sempre pubblicato opere degne di nota, dando vita anche a un genere nuovo, lo “swancore”, ovvero una miscela tra post-alternative, mathcore, emo e pop punk. Ma è solo con l’entrata e con l’integrazione definitiva in formazione di Tilian Pearson e del suo cantato pulito che i Nostri hanno iniziato a giocare un altro campionato. “Artificial Selection”, oltre a presentarsi come il naturale seguito di “Mothership” (2016), funge idealmente da manifesto per i DGD. Il loro sound unico trova il compimento in pezzi come “Midnight Crusade” o “Son of Robot”, oltre a una maggiore crescita e maturità anche nel songwrting, da sempre fiore all’occhiello della formazione californiana.

David Byrne – American Utopia
“American Utopia”, più che un album, è un vero e proprio evento (oltre ad essere l’unico lavoro di Byrne a essere entrato a oggi nella Top Ten della Billboard 200). Infatti rappresenta il primo disco solista per David Byrne in circa quattordici anni, un’eternità di tempo, in cui l’artista, tra collaborazioni e progetti, non è stato di certo con le mani in mano. Inutile dire che quando si parla dell’ex Talking Heads, l’arte, l’eleganza e la raffinatezza siano di casa. Ma nonostante “American Utopia” non sia di certo un lavoro per tutti, al di là del concept tagliente incentrato sulla situazione statunitense, possiede al suo interno la chiave per l’accessibilità. La raffinatezza pop non è tutto, ma trova la sua espressione massima in aperture melodiche e in un sarcasmo magari non facile da cogliere con un ascolto distratto, ma su cui vale la pena soffermarsi. Se mai David Byrne avesse avuto bisogno di conferme, “American Utopia” è lì a dimostrarci la grandezza di un genio senza tempo.

Dua Lipa – Dua Lipa Complete Edition
Dua Lipa è stata senza dubbio tra i personaggi più chiacchierati e in vista del 2018. Oltre ad essere la seconda donna più ascoltata su Spotify, ad aver conquistato i social (soprattutto Instagram) ad aver collezionato collaborazioni con produttori del calibro di Calvin Harris, Diplo e Mark Ronson e aver superato il miliardo di streaming con il singolo “New Rules”, la popstar britannica di origini kosovare classe 1995 ha vinto anche due Brit Awards nelle categorie British Female Solo Artist e British Breakthrough Act. La complete edition dell’omonimo debutto di Dua Lipa (pubblicato nel 2017, e che ha venduto oltre 3 milioni di copie e 32 milioni di singoli in tutto il mondo oltre ad essere stato certificato Disco d’Oro in Italia) contiene “Electricity”, frutto della sua recente collaborazione con i Silk City (Mark Ronson e Diplo), la hit “One Kiss” con Calvin Harris e le canzoni realizzate con Martin Garrix e Sean Paul e tre brani inediti.

Ermal Meta – Non abbiamo armi
Un anno d’oro come il 2018 sarà difficilmente ripetibile per Ermal Meta. A partire dalla vittoria all’ultima edizione del Festival di Sanremo insieme a Fabrizio Moro con il brano “Non mi avete fatto niente” (con tanto di brivido per la squalifica scampata per un soffio), il cantautore albanese naturalizzato italiano ha conquistato una serie di traguardi, con un tour di successo, dischi di platino e un seguito sempre più nutrito di fan in tutta la Penisola. “Non abbiamo armi”, il terzo disco solista per l’ex La Fame di Camilla, affronta temi molto delicati e personali, come la libertà, la sensazione di non sentirsi al proprio posto nel mondo da nessuna parte, e più “banalmente” l’amore. Ermal Meta si conferma un cantautore maturo e incisivo, in grado di portare alto il nome del cantautorato italiano (anche all’estero).

Fantastic Negrito – Please Don’t be Dead
La storia di Xavier Amin Dphrepaulezz (aka Fantastic Negrito) ha davvero dell’incredibile. Ottavo di quindici figli, reduce da un’adolescenza di dipendenza e di spaccio, l’artista trova la sua redenzione, come spesso capita, nella musica. Arriva un primo album nel 1993, sotto il nome di Xavier, ma nel 1999, in seguito a un terribile incidente stradale, la vita e la carriera del cantautore sono nuovamente messe in grave pericolo. Per fortuna, nel 2014 Fantastic Negrito decide di tornare al suo primo amore e nel 2016 pubblica “The Last Days of Oakland”, lavoro che gli è valso anche un Grammy Award come miglior album blues contemporaneo. Ma come ha voluto dimostrare in “Please Don’t be Dead” (nominato anch’esso ai prossimi Grammy nella medesima categoria del disco precedente), Xavier è qualcosa di più, un mix tra blues appunto, ma anche tanto rock, funky e soul. Insomma, un artista completo, di quelli di altri tempi.

Gazzelle – Punk
In un periodo in cui hip hop, trap e indie si appropriano di termini e ideologie legate al mondo del rock dell’alternative, ci pensa Gazzelle a omaggiare (almeno nel titolo del suo ultimo disco) il punk. Flavio Bruno Pardini, attivo dal 2016 con lo pseudonimo di Gazzelle, inizia a farsi un nome nell’underground italiano nello stesso anno, pubblicando poi nel 2017 il primo album, “Superbattito”, e l’EP “Plastica”. Lo stile vintage del giovane cantautore romano non si respira solo nel sound e nei testi dei suoi pezzi, intrisi di malinconia e nostalgia (indicativa la sua collaborazione con Luca Carboni nella stesura del brano “L’alba”, presente nell’ultimo album del cantautore bolognese), ma anche nei suoi sorprendenti record di vendita di vinili. Quelli dell’artista sono piccoli inni in salsa indie-pop per una generazione di precari, segnata dalla solitudine di una vita fatta solo di apparenze. La prova del nove per Gazzelle avverrà nel 2019, con il suo tour nei palazzetti nostrani più importanti.

Gemitaiz – Davide
Gemitaiz è il terzo artista italiano più ascoltato su Spotify. Un traguardo importante per un ragazzo che nonostante la giovanissima età ne ha già passate molte (parliamo dell’arresto nel 2014 con l’accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti), e ha alle spalle quasi sedici anni di carriera. “Davide” è ad oggi il successo più grande per Davide De Luca. Il primo singolo estratto dall’album, intitolato “Oro e Argento”, ha esordito alla seconda posizione della Top Singoli, diventando così il più alto debutto per un singolo di Gemitaiz. Ma la fortuna di “Davide” sta anche nelle svariate collaborazioni con artisti appartenenti alla scena hip hop italiana e non, tra cui Gué Pequeno, MadMan, Fabri Fibra e Coez, che hanno contribuito a portare il disco in cima alla classifica di vendite nel nostro Paese (anche per quanto riguarda il vinile, un formato che soprattutto in certi ambiti continua a vivere un discreto revival).

George Ezra – Staying at Tamara’s
In un’epoca in cui l’apparenza (soprattutto la facciata sui social) è tutto, c’è ancora chi non la reputa un fattore importante, preferendole la sostanza e non conformarsi alle mode del momento. Tra questi personaggi controcorrente possiamo contare George Ezra, un cantautore che non si è lasciato sopraffare dal successo (alzi la mano chi non ha mai sentito neanche per sbaglio “Budapest”, hit contenuta nel suo disco d’esordio del 2014, “Wanted on Voyage”), ma che continuando sulla propria strada, quella un po’ naive ma genuina (nel suo caso) del modern folk, ha finalmente conquistato il meritato riconoscimento anche in casa, paradossalmente mai raggiunto con il debutto discografico (“Shotgun”, uno dei singoli estratti da “Staying at Tamara’s”, si è posizionato in cima alla classifica britannica, e l’artista è in nomination in ben tre categorie dei Brit Awards), oltre a trovare la consacrazione anche in Paesi in cui il suo esordio era passato tutt’altro che inosservato.

Ghost – Prequelle
Il quarto album dell’enigmatica formazione svedese è il più venduto della band fino ad oggi, approdando al numero 3 del Billboard 200 e vendendo 66.000 copie solo nella prima settimana dalla pubblicazione. La spiegazione di tutto questo successo è molto semplice. “Prequelle” infatti è il disco più accessibile per Tobias Forge e soci, e rappresenta un salto a piè pari nel mainstream e l’esplorazione di sonorità arena rock e di influenze heavy settantiane per molti versi molto distanti rispetto a quanto i Nostri ci avevano abituato in passato (e i singoli “Rats” e “Dance Macabre” sono lì a dimostrarlo), nonostante le tematiche trattate nelle lyrics rimangano sempre molto cupe e ispirate, in questo caso, alla diffusione della peste nel Medioevo. Ma la visibilità dei Ghost è legata anche alle cause legali tra Forge e alcuni ex Nameless Ghouls, oltre alla rivelazione dell’identità reale del frontman e alla morte (fittizia) e nascita continua dei suoi alter ego. “Prequelle” è stato anche nominato nella categoria Best Rock Album ai prossimi Grammy Awards.

J. Cole – KOD
J. Cole si pone al lato opposto della trap, con un disco impegnato e dalle mille sfaccettature. Il rapper e produttore statunitense classe 1985, attivo dal 2007, può vantare uno spessore che manca a molti colleghi suoi contemporanei, oltre a record di vendite davvero clamorosi (oltre ad essere certificati disco di platino negli States). “KOD” ha debuttato al numero uno della Billboard 200, diventando il quinto disco dell’artista a raggiungere il vertice della classifica. Lo spessore a cui si faceva riferimento qualche riga sopra è dovuto alle diverse chiavi di lettura offerte dall’album. “KOD” infatti può voler dire “Kids on Drugs”, “King Overdosed” e “Kill Our Demons” e tocca prevalentemente i temi della tossicodipendenza e dei problemi mentali. Negli Stati Uniti i numeri dell’ultima fatica di J.Cole non hanno avuto precedenti, e anzi hanno superato alcuni record raggiunti da Drake nel numero di streaming su Apple Music e da Taylor Swift su Spotify.

Janelle Monae – Dirty Computer
Il terzo album di Janelle Monae è anche quello accolto con più clamore dalla critica, oltre ad aver raccolto anche un buon successo di pubblico. Infatti “Dirty Computer” è stato nominato in due categorie nei prossimi Grammy Awards, tra cui Album of the Year, e si è posizionato al numero sei della Billboard 200. La pubblicazione del disco è stata accompagnata dall’uscita di un cortometraggio della durata di 46 minuti che porta lo stesso nome del full-length e spiega nei dettagli un’opera che va oltre il concept, e che vuole essere un omaggio a tutte le donne e alle loro molteplici identità sessuali, idealizzando l’essere l’umano in una sorta di computer, con i suoi bug e i suoi difetti di fabbrica. Ad affiancare l’artista in questo ambizioso lavoro troviamo Brian Wilson, Grimes, Zoë Kravitz e Pharrell Williams. Nei cinque anni dal precedente full-length, la Monae è maturata ulteriormente (e già prima era una delle star più brillanti della black music), collezionando collaborazioni importanti (vedi quella con Price prima della scomparsa di quest’ultimo) e debuttando anche come attrice.

Lil Wayne – Tha Carter V
Il ritorno di Lil Wayne era uno dei più attesi in ambito rap. Soprattutto perché il disco doveva uscire già nel 2014, ma per alcune beghe legali, la pubblicazione è slittata di ben quattro anni. Ma i fan non si sono persi d’animo, e hanno premiato le fatiche del rapper regalandogli il debutto in cima alla Billboard 200 e numeri di streaming davvero mostruosi. Di contro, Lil Wayne si è fatto perdonare per l’attesa snocciolando una lista di guest appearance nel suo dodicesimo disco da far invidia a chiunque (Swizz Beatz, XXXTentacion, Travis Scott, Kendrick Lamar, Sosamann, sua figlia Reginae Carter, Snoop Dogg, Nicki Minaj, Ashanti, Mack Maine e Nivea). “Tha Carter V” è un’opera mastodontica, della durata di quasi 90 minuti, che nonostante sia stata scritta per buona parte anni fa, non risente del passare del tempo, anzi, funge da ponte tra la black music dell’epoca (non sembra ma quattro anni nel mercato discografico valgono per lo meno il doppio) e quella di oggi.

Maneskin – Il ballo della vita
La storia dei Maneskin potrebbe essere benissimo una favola dei giorni nostri. Pur essendo arrivati secondi all’undicesima edizione di X Factor nel 2017, la band di giovanissimi composta da Damiano David (voce), Victoria De Angelis (basso), Thomas Raggi (chitarra) ed Ethan Torchio (batteria), ha messo in bocca la parola “rock” anche a chi prima di allora ne aveva masticato poco o nulla. “Il ballo della vita”, il primo album della formazione romana pubblicato a quasi un anno dall’exploit della formazione romana, è stato certificato disco di platino, e il singolo “Torna a casa” addirittura doppio disco di platino. Con una serie infinita di concerti sold-out nei club di tutta Italia, Damiano David e soci sono a un passo appena dai palazzetti. Il 2019 sarà l’anno in cui i Nostri dovranno maturare non solo a livello fisico ed estetico, ma anche e soprattutto in sede live.

Manic Street Preachers – Resistance Is Futile
Arrivati al tredicesimo album, i Manic Street Preachers non hanno di certo perso il gusto per la melodia e per i singoli radiofonici estremamente catchy e, di conseguenza, di immediata presa e successo. “Resistance Is Futile” ha infatti raggiunto il secondo posto nelle classifiche di vendita britanniche durante la settimana di uscita e da esso sono stati estratti ben sei singoli, il maggior numero per singola release dal debutto dei gallesi (e nota di colore, i Nostri si sono esibiti come opening act per i Guns ‘n’ Roses , da sempre loro idoli, in Germania). L’ultima fatica dei MSP rappresenta anche una rinascita in termini di qualità e creatività, dopo anni di stanca e di album non del tutto convincenti, riavvicinandosi alle sonorità dei capolavori “Generation Terrorists” e “Everything Must Go”, provando ancora una volta che la buona musica può essere “popolare” senza per questo perderci in pregio e valore.

Monuments – Phronesis
I Monuments, anche se ormai i membri che compongono la band sono stabili in line-up, potrebbero essere considerati alla stregua di un supergruppo. In formazione infatti, compaiono tantissimi ex- di gruppi internazionali di un certo livello. Nel dettaglio, il combo vanta oggi tra le sue fila John Browne alla chitarra (Flux Conduct, ex-Fellsilent), Adam Swan al basso, Olly Steele alla chitarra (ex-Cyclamen), Chris Barretto alla voce (Ever Forthright, ex-Haunted Shores, ex-Periphery, ex-The HAARP Machine) e Daniel Lang alla batteria (Red Enemy). La varietà quindi per i Monuments si è trasformata in stabilità, e soprattutto con la pubblicazione di “Phronesis”, i Nostri sono ormai pronti per scrollarsi di dosso il passato e costruirsi un futuro nel progcore tutto loro. Nonostante per molti fan della prima ora non sia stato di gradimento l’ammorbidirsi del sound rispetto alle precedenti pubblicazioni, la scelta di Barretto e soci è propedeutica a un ulteriore salto di qualità anche al di fuori dei limiti del loro genere.

Motta – Vivere o morire
Francesco Motta vanta una carriera di tutto rispetto nel panorama dei cantautori italiani. Dapprima frontman del gruppo Criminal Jokers, passando per una carriera da compositore di colonne sonore per film e documentari, l’artista approda al suo primo disco solista, “La fine dei vent’anni”, nel 2016, conquistandosi i favori di critica e pubblico e anche una targa Tenco. Nel 2018 è il turno del seguito del fortunato esordio. “Vivere o morire” è il simbolo della consacrazione definitiva di Motta (e l’album si aggiudica un’altra targa Tenco come miglior disco in assoluto). Ma la corsa del cantante e polistrumentista non si ferma qui, in quanto è stata confermata la sua partecipazione al Festival di Sanremo 2019 con il brano “Dov’è l’Italia”. Il successo di Motta sta nel suo saper dipingere con le sue canzoni scorci eleganti ma realistici di esistenza quotidiana nelle città della sua vita (Livorno e Roma), ma che potrebbero benissimo applicarsi a qualsiasi luogo del nostro Paese.

Noyz Narcos – Enemy
Partiamo dalla copertina di “Enemy”, il nuovo disco di Noyz Narcos, che si avvicina all’immaginario metal molto più delle cover art di molte band heavy contemporanee. Detto questo, anche il sound che caratterizza il settimo lavoro del rapper romano è quanto di più “hardcore” si possa immaginare (se non altro nel panorama hip hop contemporaneo nostrano). Proprio l’essere old school di Emanuele Frasca (questo il vero nome dell’artista) ha portato il rapper ad affermare che molto probabilmente “Enemy” sarà l’ultimo album della sua onorata carriera iniziata quasi quindici anni fa, in quanto diventa sempre più difficile per la vecchia generazione riconoscersi una concezione dell’hip hop diverso da quella che ormai si è radicata nella nuova scena musicale italiana. Fatto sta che tra testi, rime, stile, flow, strumentali e ospitate di livello l’ultima opera di Noyz Narcos si è guadagnato un disco di platino.

Of Mice & Men – Defy
Quando tutto sembrava perduto, gli Of Mice & Men hanno trovato la forza di rialzarsi e riprendere in mano il proprio destino sfornando uno dei lavori migliori della propria carriera. In effetti, facendo un passo indietro, per la band metalcore statunitense le cose si stavano mettendo parecchio male nell’ultimo periodo. Un disco molto sotto le aspettative (“Cold World”, 2016) e l’abbandono definitivo del vocalist Austin Carlile per gravissimi motivi di salute avevano lasciato la formazione non solo senza voce, ma anche senza sapere in che direzione muoversi. Ma con “Defy” i Nostri ridefiniscono il proprio sound e la propria carriera, oltre ai ruoli all’interno della band (il testimone di vocalist passa al bassista Aaron Pauley, che riesce a superare egregiamente sia la prova in studio che live). Allontanandosi dal mood decisamente cupo del full-length precedente, i ragazzi urlano al mondo la loro voglia di continuare a suonare a suon di piccoli inni metalcore positivi e incalzanti.

Oneohtrix Point Never – Age Of
Ci vuole una mente contorta e geniale come quella di Daniel Lopatin aka Oneohtrix Point Never per concepire un disco come “Age Of” (e anche per collaborare con artisti leggendari come David Byrne, che ha voluto OPN nel suo “American Utopia”). L’ottavo full-length del compositore e producer di Brooklyn è un tripudio di elettronica sperimentale (oltre ad essere il primo disco a presentare alla voce per lo più lo stesso Lopatin), barocco e opulento, da ascoltare a mente sgombra di qualsiasi pregiudizio. L’artista infatti ha definito la sua ultima fatica una raccolta di strane ballate da incubo a tema tecnologico, e vede il contributo di James Blake in veste di co-produttore e durante il processo di mixing. L’uscita dell’album è stata accompagnata da un’installazione al Park Avenue Armory di New York, denominata Myriad, che è l’acronimo di My Record = Internet Addiction Disorder, ma sta anche per My Riad, la mia casa. “Age Of”, pur non avendo sfondato a livello commerciale, è stato apprezzato dalla critica internazionale e ha raggiunto la posizione 59 della Billboard Top Current Albums chart.

Post Malone – Beerbongs & Bentleys
Iniziamo dai numeri: nel 2018 Post Malone è stato tra gli artisti che hanno venduto di più al mondo. Infatti, il suo secondo album, “Beerbongs & Bentleys”, ha debuttato al primo posto della Billboard 200 (anche i singoli “Rockstar” e “Psycho” hanno raggiunto la vetta della Billboard Hot 100) ed è valso al rapper un doppio disco di platino negli Stati Uniti. Per non parlare dello streaming, con i cinque singoli estratti da “Beerbong & Bentleys” che hanno superato quota 500 milioni di ascolti. Inoltre, lo statunitense è in lizza in quattro categorie alla prossima edizione dei Grammy Awards (Album of the Year, Record of the Year, Best Rap/Sung Performance e Best Pop Solo Performance). “Beerbongs & Bentleys” è un lavoro trasversale, che ha fatto apprezzare Post Malone anche a tanti colleghi illustri non appartenenti al suo stesso mondo (vedi alla voce Metallica e Bring Me the Horizon), oltre ad aver avuto l’indiscusso merito di sdoganare la trap nel pop.

Pusha T – Daytona
Un disco prodotto da Kanye West è già un ottimo biglietto da visita. Ma “Daytona” di Pusha T è anche molto di più. Oltre alle “Wyoming Sessions” quindi (si definiscono così i cinque album prodotti da West a Jackson Hole in Wyoming, tra cui lo stesso “Ye” dell’artista), il terzo lavoro del rapper statunitense ha debuttato al numero tre della Billboard 200 ed è stato nominato nella categoria Best Rap Album ai prossimi Grammy Awards. Ma “Daytona” ha fatto parlare di sé per il dissing tra Pusha T e Drake e soprattutto per la copertina, che rappresenta il bagno pieno di droghe di Whitney Houston (scelta aspramente criticata dall’ex marito della cantante, Bobby Brown). È proprio la droga, oltre al Bronx (terra di origine del rapper), la protagonista dell’album, oltre alle basi strutturate e ricche, una rarità nel rap di oggi. Pusha T si dimostra una delle leve della vecchia scuola ancora in grado di far concorrenza ai giovani e ultrafamosi del panorama contemporaneo.

Salmo – Playlist
Era impossibile che con una campagna promozionale così battente e innovativa “Playlist”, il quinto album di Salmo, facesse flop. Quindi tra esibizioni in Piazza Duomo a Milano, videoclip in esclusiva su Pornhub e Netflix, il rapper sardo è riuscito a ottenere risultati clamorosi. “Playlist” infatti ha battuto il record di ascolti giornalieri su Spotify per un album, detenuto precedentemente da Sfera Ebbasta con “Rockstar”. Tra i brani contenuti nell’album, “Cabriolet” (realizzato in collaborazione proprio con Sfera Ebbasta) è stato il più ascoltato nelle prime 24 ore, raggiungendo la posizione 67 nella Global Chart della piattaforma. Salmo è anche il primo artista italiano ad entrare nella classifica con otto brani, record precedentemente detenuto da Sfera Ebbasta (sette brani). Senza dimenticare il successo del tour nei palazzetti, in cui l’artista era accompagnato da una live band. Nonostante tra i dischi di Salmo “Playlist” non il più strutturato e o il più “hardcore”, è senza dubbio quello che ha contribuito a lanciare il rapper nell’olimpo nostrano, complici anche i featuring con gli artisti italiani più caldi del momento (da Coez e Sfera Ebbasta in giù).

Sfera Ebbasta – Rockstar
Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare neanche per sbaglio di Sfera Ebbasta. Insieme a Salmo è stato il rapper dei record veri in Italia, e il suo secondo disco, “Rockstar” ha debuttato in vetta alla Classifica FIMI Album e alla Classifica FIMI Vinili e raccogliendo oltre 35 milioni di ascolti su Spotify. Contemporaneamente tutti i brani presenti nel disco hanno occupato le prime dodici posizioni della Top Singoli. Il disco è stato prodotto da Charlie Charles, e il tocco del producer si nota nelle basi di altissimo livello, sulle quali Gionata Boschetti aka Sfera Ebbasta narra le sue gesta a suon di autotune tra fumo, alcol, donne e soldi. Purtroppo, in un anno costellato di successi, verrà ricordata negativamente la strage in una discoteca di Corinaldo (in provincia di Ancona) in cui era atteso il trapper nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2018, durante la quale hanno perso la vita sei persone e ne sono rimaste ferite altre 59 nel fuggi fuggi provocato dall’utilizzo inappropriato dello spray al peperoncino.

Shawn Mendes – Shawn Mendes
Il giovanissimo cantautore canadese classe 1998 è uno dei volti di spicco del pop mondiale dal 2015, quando ha conquistato il pubblico internazionale con il suo singolo “Stitches”. Modello oltre che cantante e musicista, Mendes ha iniziato a farsi un nome in realtà a partire dal 2013, anno in cui pubblicava i suoi video su Vine. Ma è con il terzo e omonimo album che l’artista si è meritato il titolo di icona e idolo globale. Lo sprint in più del cantante è quello di aggiungere alla sua proposta essenzialmente pop anche influenze soft rock, blues e R&B. Oltre a debuttare in cima alle classifiche del suo Paese d’origine (per la terza volta consecutiva), “Shawn Mendes” è finito dritto alla prima posizione della Billboard 200, guadagnandosi anche il record di terzo artista più giovane a raggiungere il top della classifica per tre dischi consecutivi. All’album hanno collaborato diversi pezzi da novanta come Ryan Tedder, Julia Michaels, John Mayer, Ed Sheeran, Johnny McDaid e Khalid ed è in lizza nella categoria Best Pop Vocal Album ai prossimi Grammy Awards, mentre il singolo “In My Blood” si giocherà il titolo di Song of the Year.

Sons of Kemet – Your Queen Is A Reptile
I Sons of Kemet sono un collettivo britannico attivo dal 2011, il cui sound si basa su una miscela di jazz, rock, Caribbean folk e musica africana, consacrato nel 2013 con la vincita del Best Jazz Act ai MOBO Awards del 2013. “Your Queen Is A Reptile”, il terzo album dei Nostri, è stato nominato all’edizione 2018 dei Mercury Prize e ha riscosso consensi di critica praticamente in ogni angolo del mondo. Il disco è un omaggio a tutte le donne di colore che hanno fatto la storia, a partire dalla bisnonna del leader della band, Shabaka Hutchings, passando per attiviste e martiri per la libertà. Oltre a questo importante messaggio sociale, “Your Queen Is A Reptile” si distingue per l’importanza artistica e per la tecnica con cui i Nostri miscelano il jazz a funk, afrobeat, trip-hop e sonorità caraibiche. Non è un lavoro per tutti, ma può avere indubbiamente la qualità di far avvicinare al jazz anche a chi nel quotidiano ascolta tutt’altro.

Tash Sultana – Flow State
Quella di Tash Sultana è un’altra incredibile storia a lieto fine. Il talento dell’artista inizia a trapelare alla tenera età di tre anni, quando Tash comincia a suonare la chitarra. Da allora, la ragazza ha imparato a suonare altri venti strumenti, tra cui la chitarra appunto, il basso, la tromba, il flauto, le percussioni e il sassofono. Durante la sua carriera da busker nelle strade di Melbourne, la polistrumentista incontra purtroppo la droga, da cui però, per fortuna, riesce a uscirne nel migliore dei modi. Infatti, oltre ai suoi visualizzatissimi video fatti in casa pubblicati su YouTube, Tash pubblica il suo primo EP nel 2016, “Notion”, e si imbarca in un tour sold out in tutto il mondo. “Flow State” è il suo full-length di debutto, ed è stato apprezzato non solo in patria, dove si è aggiudicato un ARIA Award come Best Blues and Roots Album, ma anche dalla critica globale, grazie al suo mix sorprendentemente radiofonico tra blues, funky-jazz, soul e pop.

Tesseract – Sonder
La stabilità della line-up dei Tesseract è già di per sé una notizia, dopo anni di cambi continui di vocalist. Pur essendo stati tutti di altissimo livello, nessuno meglio di Daniel Tompkins è riuscito a interpretare al meglio lo spirito della band e a infondere nelle sue uscite una profondità a livello di testi e songwriting unica nel suo genere. “Sonder”, il quarto disco della formazione di Milton Keynes, per quanto un’opera breve negli standard del progressive metal e per quanto sorretta su un concept molto filosofico e cerebrale, arriva dritta al cuore dell’ascoltatore “distillando” alla perfezione le caratteristiche che hanno fatto la fortuna dei Tesseract: energia, groove, atmosfere oniriche e accessibilità “pop”. Come dimostrato anche in sede live, i Nostri hanno iniziato a incidere su pietra il loro nome nell’Olimpo del progressive metal contemporaneo, senza dimenticare le proprie radici djent.

Thegiornalisti – Love
“Love” è stato solo un tassello nell’anno costellato di record per Tommaso Paradiso e soci. Il successo senza precedenti dei Thegiornalisti risiede anche in un tour nei palazzetti andato sold out ancor prima dell’uscita del disco (tour che peraltro proseguirà esattamente da dove è finito nel 2019). Il quinto album della formazione italiana è una raffica di hit indie pop (o forse sarebbe meglio dire ormai it-pop) una dietro l’altra, che è valsa ai Nostri il disco di platino (grazie anche al contributo di Dario Faini, produttore top del panorama italiano), confermando inoltre le doti di paroliere di Paradiso, cantore del malessere dei (più o meno) giovani dei nostri tempi, in un clima di revival ottantiano che spesso cede il passo al mero interesse radiofonico (vedi il tormentone estivo “Felicità Puttana”,che segue a ruota la hit dell’estate precedente, “Riccione”).

Travis Scott – Astroworld
“Astroworld” è il parco divertimenti perfetto per gli amanti del rap contemporaneo. Hit dopo hit, il terzo lavoro di Travis Scott si è conquistato un successo commerciale clamoroso negli States, debuttando in vetta alla Billboard 200 e aggiudicandosi un disco di platino. “Astroworld” è in nomination alla 61esima edizione dei Grammy Awards nella categoria Best Rap Album e il singolo “Sicko Mode” è in lizza come Best Rap Performance e Best Rap Song. Come da consolidata tradizione, il nuovo lavoro del rapper statunitense vanta un tripudio di guest vocals, tra cui, giusto per elencarne una manciata, quelle di Kid Cudi, Frank Ocean, Drake, The Weeknd, James Blake, Swae Lee, Gunna, Philip Bailey, Nav, 21 Savage, Quavo, Takeoff, Juice Wrld, Sheck Wes e Don Toliver. Lo stile attuale di Travis Scott è stato definito da molti critici prevalentemente hip hop con tracce “psychedelic trap”.

Ultimo – Peter Pan
Una delle sorprese del 2018 italiano è stato senza ombra di dubbio Ultimo. Per prima cosa, Niccolò Moriconi si è fatto notare da un audience decisamente importante con la sua vittoria nella sezione nuove proposte di Sanremo, per poi vedere il suo secondo album, “Peter Pan”, nella top 5 di Spotify Italia e certificato platino, senza dimenticare i palazzetti completamente sold out e per finire la benedizione di Vasco Rossi. Poco più che ventenne, Ultimo dimostra delle capacità cantautorali mature e profonde (ma anche delle buoni doti da rapper), in grado di strizzare l’occhio sia a un pubblico di suoi contemporanei, che a fan più maturi. Ma le belle notizie per il cantante non finiscono di certo con il chiudersi dell’anno appena trascorso. Anche il 2019 si prospetta un periodo d’oro per l’artista romano, con la sua partecipazione tra i Big alla prossima edizione del Festival di Sanremo e un concerto evento allo Stadio Olimpico.

Underoath – Erase Me
Scioglimenti, drammi personali, crisi religiose e via dicendo non sono riusciti a fermare gli Underoath, anzi. Dopo anni di silenzio e il ritorno del figliol prodigo Aaron Gillespie in formazione, la band torna in una veste completamente rinnovata che porta il nome di “Erase Me”. Un titolo che suggerisce un colpo di spugna al passato, che in effetti si nota in un sound profondamente differente a quello a cui i Nostri ci avevano abituati (anche se, ammettiamolo, gli Underoath non hanno mai avuto un percorso lineare). La svolta verso sonorità alternative/ electronic rock segna anche l’intenzione della band di staccarsi di dosso una volta per tutte l’etichetta di christian band, ormai diventata troppo limitante. I ragazzi hanno messo in gioco tutte le loro carte con coraggio, e l’ardire è stato premiato da un disco apprezzato non solo dai fan della prima ora, ma che ha portato anche nuovi accoliti in casa Underoath.

XXXTentacion – ?
La storia di XXXTentacion la conoscono tutti, e purtroppo non per motivi legati strettamente alla sua musica. Dopo una vita che si divideva equamente tra carriera criminale e rap, il ragazzo, appena ventenne, viene ucciso in seguito a una rapina. Attivo dal 2014 in origine principalmente su SoundCloud, Jahseh Dwayne Ricardo Onfroy diventa una star grazie al suo esordio “17” (2017), che ha debuttato alla seconda posizione della Billboard 200. Il suo secondo album in studio, “?”, ha debuttato in vetta alla Billboard 200 e i singoli “SAD!”, “changes” e “Moonlight” sono rientrati nelle prime venti posizioni della Billboard Hot 100. A seguito della morte di XXXTentacion, “SAD”! è salita dalla 52esima posizione alla prima, rendendolo così il primo artista ad avere un singolo postumo in cima alla classifica dopo Notorius B.I.G. con “Mo money Mo problems” nel 1997. Lo stile del giovane rapper si è contraddistinto per un gusto decisamente più “emo” e lo-fi rispetto a molti altri colleghi.

Yves Tumor – Safe In The Hands Of Love
Sean Bowie, aka Yves Tumor, è uno dei personaggi più enigmatici e imprevedibili dell’elettronica sperimentale. Nato in Tennessee ma trasferitosi a Torino, il polistrumentista statunitense ha vissuto un’infanzia e un’adolescenza piuttosto turbolenta, che l’hanno portato a trovare rifugio nel porto sicuro della musica. Il suo debutto sotto il moniker di Yves Tumor è avvenuto a Berlino nel 2015, anno che ha visto anche il suo esordio discografico con “When Man Fails You”. “Safe In The Hands Of Love” è il terzo parto della mente geniale e contorta dell’artista, in un susseguirsi di panorami urbani notturni, illuminati dai fari delle auto e dalle luci delle insegne, in cui tutto muta e si confonde, cambiando aspetto rispetto alla realtà diurna e dove le uniche creature ad aggirarsi sono esseri misteriosi e inafferrabili come lo stesso Tumor e la sua musica.

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