Music Attitude
STORIA DELLA MUSICA - I MIGLIORI DISCHI
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Accadde in quell'Anno

Come negli anni precedenti, anche nel 2019 la costante globale è stata l’instabilità, sia politica, che economica e sociale. L’ISIS ridimensiona il suo impatto mediatico riducendo ulteriormente il numero di attentati e la loro portata, nonostante la situazione rimanga più che esplosiva in Medio Oriente (soprattutto in Siria). Anche l’estremo est non se la vede bene, complici i delicatissimi equilibri commerciali (e non solo) tra Corea del Nord, Hong Kong e Giappone, così come il Sud America e l’Africa del Sud, vittime di ribellioni, attentati e colpi di stato praticamente all’ordine del giorno. Il 24 settembre viene avviato ufficialmente un iter di impeachment contro il presidente Donald Trump, che rimane sempre protagonista in negativo della politica degli States e internazionale, mentre in UK, oltre all’arrivo del nuovo premier Boris Johnson, continuano le trattative (e le polemiche) per l’effettiva entrata in vigore della Brexit.

In Italia, dopo un’estate a dir poco rovente, il governo Conte II si costituisce il 5 settembre, originandosi da una coalizione scaturita da un accordo tra Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Italia Viva e Liberi e Uguali. Il personaggio politico dell’anno però è senza dubbio Matteo Salvini, ormai ex ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio, soprattutto per la sua attività sui social e per le vicende legate agli sbarchi degli immigrati, in particolar modo la “crociata” contro la Sea-Watch 3 e il suo capitano, Carola Rackete.

La Terra trema e brucia, non solo da un punto di vista metaforico. Tra le catastrofi che hanno colpito il globo nel corso degli ultimi mesi, ricordiamo il grave incendio che ha devastato la cattedrale di Notre-Dame di Parigi, provocandone il crollo del tetto e della guglia, i terribili roghi in Amazzonia e in Australia, e un forte terremoto in Albania, che ha causato 51 morti, più di 2000 feriti e danni ingenti al patrimonio edilizio e storico-culturale. Rimanendo in casa, non possiamo non segnalare l’acqua alta da record che ha rischiato seriamente di danneggiare in modo permanente la città di Venezia.

Anche nel 2019 ci hanno lasciato molti protagonisti della politica, della scienza, dello spettacolo e dello sport nazionale e internazionale. Emiliano Sala, Karl Lagerfeld, Keith Flint, Luke Perry, Niki Lauda, Andre Matos, Franco Zeffirelli, Andrea Camilleri, Luciano De Crescenzo, Rutger Hauer, Nadia Toffa, Ric Ocasek, Sid Haig, Giorgio Squinzi, Ginger Baker, Beppe Bigazzi, Fred Bongusto, Marie Fredriksson, Emanuel Ungaro sono solo una manciata delle personalità illustri scomparse.

Ma come sempre, le pessime notizie sono bilanciate da qualche buona nuova. Il 10 aprile 2019 viene mostrata la prima immagine di un buco nero, denominato M87, grazie ai dati dell’Event Horizon Telescope. La teenager paladina dell’ambiente, Greta Thunberg, diventa il simbolo della sensibilizzazione nei confronti delle problematiche del Pianeta, soprattutto in seguito allo sciopero globale del clima tenutosi il 27 settembre in diverse città del mondo. Inoltre, la Finlandia elegge un governo a maggioranza femminile, guidato per l’appunto da una premier donna, la 34enne Sanna Marin.

Parlando di musica, il 2019 è stato un anno di importanti conferme e clamorosi ritorni, ma soprattutto un periodo storico in cui il grande rock è tornato a far sentire la propria voce (e a far fermare un mondo ormai reso disattento e superficiale dagli ascolti distratti da playlist) grazie ai nuovi dischi di Tool, Slipknot, Rammstein, Korn, Bruce Springsteen, Bryan Adams, The Who, Pixies, Nick Cave, Black Keys, The National, Thom Yorke, The Raconteurs, Mark Lanegan, Liam e Noel Gallagher, The Darkness, Alter Bridge, Dream Theater, Bring Me the Horizon (anche se a dirla tutta il rock e il metal non sono più il focus principale dei Nostri), Blink 182 e i nostrani Lacuna Coil e Linea 77. Indicativo il fatto a tal proposito che il rapporto IFPI annuale abbia indicato rock e pop come i generi più ascoltati nel mondo del 2019.

E infatti, se il 2018 è stato l’anno della trap, il 2019 è stato l’anno in cui il genere più amato dagli adolescenti del mondo ha iniziato il suo graduale declino, pur vantando ancora qualche record importante. I migliori album trap e hip hop dell’anno portano la firma di Post Malone, Tyler the Creator, Kanye West, Anderson Paak, Stormzy, Young Thug, Little Thief, Lizzo. Il pop internazionale non vede cedimenti e anzi continua a dettare legge sfornando talenti virali (leggi alla voce Billie Eilish) e inanellando una serie di successi targati Ariana Grande, Charli XCX, Harry Styles, Miley Cyrus, Taylor Swift, Lana Del Rey, Alice Merton, James Blake, Solange, P!nk, FKA Twigs e molti altri.

In Italia, il 2019 è stato senza alcun dubbio l’anno di Ultimo, paladino di un cantautorato fresco ma al contempo impegnato, in grado non solo di tenere testa a nomi colossali del genere (impossibile non citare il ritorno di Tiziano Ferro), ma anche di invertire tendenze e gusti tra i più giovani (vedi il declino della trap di cui si parlava qualche riga sopra, in favore non solo del cantautorato, ma anche della riscoperta di sonorità pop rock e rap hardcore). Oltre a Ultimo e Ferro, i dischi che hanno segnato il 2019 nostrano sono stati soprattutto quelli di Achille Lauro, Coma_Cose, Emma Marrone, Liberato, Mahmood, Niccolò Fabi, Massimo Pericolo, Marracash, Ligabue, Coez, Franco 126, Myss Keta, Fabrizio Moro, Francesco Renga, Daniele Silvestri, Vinicio Capossela, Gue Pequeno, Levante, Tha Supreme, Gianna Nannini, Zucchero.

Il festival di Sanremo resiste immortale al passare del tempo. La sessantanovesima edizione della kermesse si è svolta dal 5 al 9 febbraio 2019, condotta per il secondo anno consecutivo da Claudio Baglioni, che ne è stato anche direttore artistico, affiancato nella conduzione da Claudio Bisio e Virginia Raffaele. Il Festival è stato vinto da Mahmood con il brano “Soldi”. Il viale del tramonto dei talent musicali è nel mentre sempre più buio, tanto che per le ultime edizioni di The Voice e X Factor si ricorderanno di certo più le scelte volutamente azzardate di alcuni giudici (rispettivamente Gigi D’Alessio, Morgan, Gué Pequeno, Elettra Lamborghini e Mara Maionchi, Samuel, Sfera Ebbasta, Malika Ayane) che i concorrenti in gara e i vincitori.

Sul fronte live, anche nel 2019 i grandi festival open air l’hanno fatta da padrone in termini di numeri. Firenze Rocks, ma anche Milano Rocks, Rock the Castle, Bologna e Stupinigi Sonic Park hanno raccolto decine di migliaia di spettatori per i concerti di pezzi da novanta della musica internazionale (ma anche nazionale) come Tool, Ed Sheeran (due stadi e una data da headliner alla Visarno), Cure, Eddie Vedder, Twenty One Pilots, Florence + The Machine, Dream Theater, Slash, Slayer, Slipknot, Afterhours, Greta Van Fleet, Skunk Anansie e Muse (tre stadi). L’evento dell’anno in suolo italico è stata però la festa itinerante del Jova Beach Party, che ha spopolato sulle principali spiagge durante tutta l’estate, per poi concludersi a settembre nell’infinito spazio messo a disposizione dall’aeroporto di Linate. Senza dimenticare la data singola dei Metallica all’Ippodromo di Milano, che nonostante la pioggia battente ha conquistato il record di presenze di sempre per Hetfield e compagni nel nostro Paese, e degli Imagine Dragons, che si sono riconfermati dopo il sold out del 2018 a Milano Rocks. Come sempre, Vasco Rossi ha spadroneggiato negli stadi (con sei San Siro di fila, senza contare le altre città), ma anche il sopracitato Ultimo all’Olimpico di Roma (e il prossimo anno si replicherà con ben 14 date negli stadi di tutta Italia), Laura Pausini e Biagio Antonacci insieme negli stadi e i tour indoor di Marco Mengoni, Calcutta, Negramaro, Eros Ramazzotti, Salmo, Thegiornalisti, Manuel Agnelli, Negrita. Da citare anche le date di Shawn Mendes, Anderson Paak, Mumford & Sons, Mark Knopfler, Backstreet Boys, Lenny Kravitz, Elton John, Phil Collins, Def Leppard, Kiss, Muse, Sting, Mika e Alter Bridge.

ALBUM 2019 – I 40 DISCHI PIU’ IMPORTANTI DELL’ANNO

Achille Lauro – 1969
Il caso Achille Lauro è stato uno dei più chiacchierati del 2019 in Italia. Dopo l’anno d’oro della trap, il genere più amato da teenager e preadolescenti inizia la sua naturale contrazione, complice un calo nelle vendite e la scarsa affluenza ai concerti delle star del genere (per lo meno nel nostro Paese). Lauro De Marinis (questo il vero nome del rapper classe 1990) fiuta prima degli altri la necessità di scollarsi di dosso un’etichetta che inizia a stare troppo stretta, reinventandosi nel pop-rock di “1969” e soprattutto grazie al brano “Rolls Royce”, presentato alla 69ª edizione del Festival di Sanremo (kermesse a cui il Nostro parteciperà anche nel 2020) e alla collaborazione con il produttore e musicista Boss Doms. Il quinto album in studio di Achille Lauro è un chiaro omaggio al mondo rivoluzionario del rock, sia italiano che internazionale, carico di citazioni a nomi che hanno reso grande questa musica e questa cultura. Un cambio di rotta che è stato premiato dai fan della prima ora e che ne ha conquistati parecchi altri, guadagnandosi il terzo posto nella classifica dei dischi più venduti in Italia.

Alcest – Spiritual Instinct
Agli Alcest va un grandissimo merito, ossia quello di aver svecchiato il post-metal e il cosiddetto blackgaze (un particolare sottogenere che fa suoi sia gli elementi atmosferici dello shoegaze, che la violenza diretta del black metal), aprendo la strada per una serie di nuove formazioni (leggi alla voce Deafheaven e Astronoid) che hanno sviluppato e ampliato il discorso negli ultimi anni del decennio. Il sesto lavoro del duo francese composto da Stéphane “Neige” Paut e Jean “Winterhalter” Deflandre si pone in perfetto equilibrio tra le due correnti sopracitate, approfondendo e consolidando il ritorno alle sonorità blackgaze presente già nel precedente “Kodama” (2016). È proprio questo l’“istinto spirituale” a cui gli Alcest fanno riferimento, le due facce diametralmente opposte della stessa medaglia (luce e ombra, istinto e ragione, anima e corpo), che si riflette in una proposta in cui le contraddizioni non sono un ostacolo, ma anzi le fondamenta su cui tutto si basa.

Ariana Grande – Thank U, Next
Dopo l’attentato durante un suo concerto a Manchester nel 2017, la morte dell’ex Mac Miller e l’ennesima delusione amorosa con il promesso sposo Pete Davidson, Ariana Grande trova le forze per rinascere e per rialzarsi, maturando sia come artista che come essere umano, dando alle stampe a stretto giro “Sweetener” (2018), e soprattutto “Thank U, Next”, che contiene i singoli “Thank U, Next” appunto, “7 Rings” e “Break Up with Your Girlfriend, I’m Bored”, che le hanno permesso di battere una serie di record, come per esempio diventare la prima artista solista a conquistarsi simultaneamente i primi tre posti nella Billboard Hot 100 e di vendere 360.000 copie nella prima settimana dalla pubblicazione, diventando il miglior debutto della cantante, oltre a fare numeri folli per quanto riguarda lo streaming. Con due nomination ai prossimi Grammy Awards (Album of the Year e Best Pop Vocal Album), “Thank U, Next” ha conquistato pubblico e critica grazie a un sempre maggiore avvicinamento alla trap e all’hip hop, pur senza rinnegare la matrice squisitamente pop della giovane artista.

Baroness – Gold & Grey
Nonostante John Baizley sia rimasto l’unico membro della formazione originaria a resistere al passare del tempo, i Baroness continuano a sfornare un disco più bello dell’altro, rimanendo tra le poche band rilevanti a livello internazionale del filone sludge. “Gold & Grey”, l’ultimo album del cosiddetto “ciclo dei colori”, è anche uno dei più positivi e accessibili del combo, pur prefissandosi l’oneroso compito di esplorare in egual misura heavy classico, rock e sperimentazione, senza dimenticare le profondità fangose dello sludge. Ciò che ha fatto la fortuna di “Gold & Grey” è un lavoro di lima non indifferente, soprattutto per quanto riguarda il songwriting, e anche l’ingresso in line-up della talentuosa Gina Gleason alla sei corde, che ha aggiunto ancora maggiore spessore a un sound già opulento e barocco di suo, ma che qui diventa magicamente intellegibile e per molti versi addirittura catchy.

Be Forest – Knocturne
I nostrani Be Forest (trio attivo dal 2009 composto da Costanza Delle Rose, Erica Terenzi e Nicola Lampredi) danno alle stampe un’opera che profuma di malinconia, nostalgia, di un tempo che non esiste più, ma che sopravvive attraverso le note eteree e sognanti di “Knocturne”. Tra riverberi, delay, sussurri lontani, la più recente fatica dei Be Forest si pone fin dal titolo come il richiamo della notte e dei nostri pensieri più profondi e distanti (il gioco di parole tra “knock”, bussare, e “nocturne”, notturno, è chiaro come la luce del sole), il tutto orchestrato a suon di shoegaze e post-punk, di cui i Nostri sono maestri. Oscuro e ipnotico, arioso ma al tempo stesso claustrofobico, “Knocturne” è la prova tangibile di quanto anche nel nostro Paese esistano band in grado di sfidare la corrente e porsi come alfieri di un genere che nel resto del mondo è ormai più che sdoganato.

Billie Eilish – When We All Fall Asleep, Where Do We Go?
Il fenomeno musicale dell’anno è stato senza dubbio Billie Eilish. La giovanissima cantautrice (ha di recente compiuto 18 anni), è diventata il simbolo di una generazione sopraffatta dal culto dell’immagine e dell’apparenza, facendosi portavoce proprio dell’opposto con il suo look tutt’altro che provocante e soprattutto con i testi delle sue canzoni, specchio di un profondo disagio e di una maturità del tutto rara per un adolescente. “When We All Fall Asleep, Where Do We Go?” ha conquistato un po’ tutti, anche chi non è solitamente avvezzo a sonorità elettroniche e pop (leggi alla voce Billie Joe Armstrong, per citare uno degli esempi più famosi), posizionandosi in vetta alle classifiche di mezzo mondo, e facendo incetta di nomination ai prossimi Grammy Awards (Best New Artist, Album of the Year e Best Pop Vocal Album, Record of the Year, Song of the Year e Best Pop Solo Performance con “Bad Guy”, mentre il fratello e produttore. Finneas è stato nominato nella categoria Producer of the Year, Non-Classical).

Blood Incantation – Hidden History of the Human Race
Nell’ambito del metallo estremo, “Hidden History of the Human Race” è stato uno dei dischi più acclamati dalla critica settoriale, tanto che è difficile reperire una classifica di fine anno che non veda tra le posizioni più alte l’ultimo lavoro dei Blood Incantation, quartetto originario del Colorado, attivo dal 2011. Nel secondo disco dei Nostri, il death metal classico si mescola con tecnicismi e virtuosismi al limite della psichedelia, indagando anche una vena malatamente melodica (sono in molti a paragonarli ai Death dell’ultima ora), senza dimenticare folli cambi di tempo pensati apposta per spiazzare l’ascoltatore. Appena quattro tracce, ma che contengono tutto ciò che basta per lasciare il segno nel death metal contemporaneo, un genere che a parte sprazzi come quello dei Blood Incantantion, sta vivendo ormai da tempo immemore un periodo di stallo.

BTS – Map Of The Soul: Persona
Nel 2019 si è fatto tanto parlare del K-pop, forse più per i terribili fatti di cronaca (suicidi, depressione e problemi psichici legati ai ritmi spesso insostenibili derivanti da schedule serratissime e pressioni dei discografici di cui molte star del genere sono rimaste vittime) che per la musica in sé e per sé. Dopo questa doverosa premessa, il K-pop ha trovato il suo momento di massima espansione negli ultimi mesi, arrivando finalmente anche in Italia, sebbene a livello internazionale il fenomeno sia diffuso e radicato già da qualche anno. I BTS sono tra i massimi esponenti del genere, e dopo il debutto al numero uno della Billboard 200 con il sesto EP, “BTS – Map Of The Soul: Persona”, sono diventati la prima band dopo i Beatles ad avere tre album in cima alla classifica nel giro di un anno, grazie anche a una serie di collaborazioni illustri (da Halsey a Ed Sheeran) che hanno contribuito ad impreziosire questo lavoro e a vendere milioni di copie in tutto il mondo, oltre a racimolare altrettanto alti numeri di streaming su Spotify e visualizzazioni su YouTube.

Charli XCX – Charli
Quando provocazione e qualità viaggiano di pari passo. Il terzo disco di Charli XCX (al secolo Charlotte Emma Aitchison) riesce nell’intento di coniugare due mondi apparentemente distanti anni luce, grazie a una produzione a prova di bomba e un approccio innovativo e non convenzionale al songwriting, oltre che un buon numero di featuring di livello (citiamo solo Troye Sivan, Lizzo, Sky Ferreira e le Haim). “Charli” per molti critici internazionali è il lavoro meglio riuscito della cantautrice britannica classe 1992, in quanto riesce ad avvicinare ballabilità e easy listening a una ricerca per molti versi nostalgica nei confronti di sonorità del passato (leggi alla voce “1999”), senza dimenticare di gettare uno sguardo al presente e al futuro (e qui la copertina con una Charli in versione sexy androide gioca un ruolo ben più importante di quanto si possa pensare).

Coma_Cose – Hype Aura
Alzi la mano chi non ha mai sentito nominare i Coma_Cose o il loro singolo “Granata”, presenza costante nelle radio mainstream italiane. Il duo milanese composto da Fausto Zanardelli e Francesca (in arte Fausto Lama e California), nato quasi per gioco nel negozio in cui lavoravano entrambi, è finito per travolgere il mondo indie-rap nostrano con il loro debutto discografico, “Hype Aura”, sebbene fossero già conosciuti da almeno un paio di anni nel circuito grazie a una manciata di singoli e video pubblicati su YouTube. L’amore per Milano, così come il mal di vivere dei giovani adulti di oggi, sono al centro della proposta dei Coma_Cose, che sfocia in un cantautorato basato su esperienze di vita reale e giochi di parole (basti solo pensare al titolo del disco “Hype Aura”, che si può leggere sia come “hai paura” che in inglese) che non può non far presa sulle nuove (e meno nuove pure) generazioni.

Dave – Psychodrama
Dopo due interessanti EP, il rapper britannico Dave (aka David Orobosa Omoregie) dà alle stampe il suo full-length di debutto, “Psychodrama”, che come suggerisce il titolo, dipana il concept dei problemi psichici e sociali che hanno afflitto l’artista in prima persona, riuscendo a empatizzare con un pubblico sempre più vasto, e non solo in UK, provando inoltre che il rap non ha perso la sua valenza impegnata e la sua rilevanza sociale. Ben tre singoli dei quattro estratti dall’esordio di Dave (“Streatham”, “Location” e “Disaster”) finiscono nella top 10 in Gran Bretagna, mentre “Psychodrama” ha debuttato direttamente al numero uno della UK Album Chart e ha raggiunto la cifra record di 23,6 milioni di streaming nella prima settimana dalla pubblicazione, oltre a vincere un Mercury Prize, e come anticipato qualche riga sopra, a performare ottimamente anche in altri Paesi al di fuori della terra natia del rapper.

FKA Twigs – MAGDALENE
L’eleganza e la classe di FKA Twigs sono merce preziosa da reperire in giro. Oltre ad essere una performer unica nel suo genere (tanto che chi ha assistito ad almeno un concerto di Tahliah Debrett Barnett, questo il vero nome dell’artista britannica, di solito riesce raramente a descrivere a parole le esibizioni cariche di pathos e arte della cantante), anche a livello di lavori in studio la cantautrice ha dato alle stampe delle opere memorabili. Ultima in ordine di tempo “Magdalene”, un lavoro sofferto in cui FKA Twigs esprime tutto il suo dolore per i problemi sentimentali e di salute che l’hanno afflitta negli ultimi anni, mettendo a nudo il suo lato più fragile e delicato, ma uscendone proprio per questo rinfrancata nel corpo e nello spirito. Il secondo album della Barnett è come sempre molto difficile da ascrivere a qualsivoglia categoria, essendo la vocalist uno spirito libero in bilico tra art pop, elettronica e influenze etniche e r’n’b.

Foals – Everything Not Saved Will Be Lost (Part 1)
Con “Everything Not Saved Will Be Lost Part 1” (e soprattutto “Part 2”, pubblicato a pochi mesi di distanza, che ha raggiunto per la prima volta nella storia della band la vetta della UK Album Chart), i Foals ottengono finalmente la visibilità che si sono meritati e guadagnati in 14 anni di onorata carriera. Nonostante l’addio del bassista e membro fondatore Walter Gervers, i Nostri si sono dimostrati in grado di mantenere altissimo il livello della propria proposta con il quinto e sesto full-length in carriera, due parti di un ambizioso concept sulle minacce della vita moderna, orchestrato a suon di indie rock e con un pesante utilizzo di synth ed elettronica, che rendono la prima metà di “Everything Not Saved Will Be Lost” estremamente ballabile (a tratti addirittura funky) e upbeat, nonostante i testi non siano di certo inni alla spensieratezza.

Fontaines DC – Dogrel
Che il post-punk sia ancora vivo e lotti tra noi ce lo dimostrano gli irlandesi Fontaines DC e il loro fulminante debutto “Dogrel”. Basterebbe solo il forte accento del frontman Grian Chattan come statement, ma a corroborare la valenza socio-politica (oltre che musicale) e le contraddizioni del Paese di origine dei Nostri, arriva “Big”, un pezzo che ripete alla nausea “Dublino sotto la pioggia è mia, una città incinta con una mente cattolica”, e che è solo l’inizio di quello che potrebbe benissimo essere un flusso di coscienza (giusto per citare James Joyce, uno degli idoli dei Fontaines DC) sul significato della vita non solo in una città e in una nazione in cui perdersi è un attimo, ma anche di un lavoro che richiama sia i Television che i Joy Division (ma anche spesso e volentieri molti stilemi hardcore punk di stampo californiano), e che sembra uscito da qualche piega spazio-temporale in cui, purtroppo, i problemi erano molto simili a quelli di oggi.

I Prevail – Trauma
Dopo un passato da (bravi) emuli degli A Day To Remember, gli I Prevail trovano finalmente la formula giusta per sfondare nel mainstream. “Trauma” è infatti un brillante esempio di metalcore contemporaneo, maledettamente catchy e radiofonico, contaminato di elettronica pesante e di melodie spesso oltre il limite del pop (vedi “Paranoid”), e venato per la prima volta nella carriera dei Nostri di rapcore (un genere che nel 2019 ha vissuto un certo revival, complice anche l’opera di band come i Fever 333), senza dimenticare le ballad, immancabili nei dischi dei Nostri (pur essendo fosse uno dei pochi punti di debolezza di “Trauma”). La svolta degli I Prevail non è stata premiata solo a livello di vendite, ma anche con due nomination ai prossimi Grammy Awards (Best Rock Album e Best Metal Performance per il singolo “Bow Down”).

Iggy Azalea – In My Defense
L’utimo disco di Iggy Azalea è passato piuttosto inosservato, se non altro in Italia, pur raggiungendo buoni risultati nel resto del globo, come il debutto alla posizione 50 della Billboard, e un totale di 200 milioni di streaming tra YouTube, Spotify e altre piattaforme. Fredde statistiche a parte, il personaggio della rapper australiana (al secolo Amethyst Amelia Kelly) è stato fondamentale durante i primi anni del decennio, in quanto ha contribuito a lanciare la nuova immagine di femme fatale del rap, insieme ad altre star del calibro di Nicki Minaj, Cardi B e Azealia Banks, e in effetti, il suo nome era davvero sulla bocca di tutti, non solo tra gli amanti del genere, ma anche del gossip e dintorni. Tornando a “In My Defense”, il secondo lavoro di Iggy Azalea non ha convinto come il debutto “The New Classic” (2014), tanto che sono in molti, sia fan che critici, a giudicarlo nettamente sotto le aspettative.

J Balvin – Oasis (con Bad Bunny)
Nell’estate del 2019, su tutte le spiagge del mondo risuonava costantemente “Oasis” di J Balvin e Bad Bunny, un disco in grado di far rabbrividire nonostante le temperature record della passata bella stagione e che ha dominato le classifiche (anche in Italia, soprattutto per quanto riguarda le clamorose numeriche dello streaming) sdoganando una volta per tutte il latin hip hop. Il cantante colombiano e il rapper portoricano si sono fatti notare già nel 2018 grazie alla loro collaborazione con Cardi B nella hit globale “I Like It”, e da quel momento nessuno li ha più fermati. La loro scalata verso il successo ha raggiunto il culmine con questo disco collaborativo, che ha fatto assurgere i due sudamericani ai titoli di re del reggaeton e della latin trap, ambiti e contesi da artisti anche distanti dal mondo latino per featuring e collaborazioni varie ed eventuali.

Jinjer – Macro
Forse non sarà il disco migliore dei Jinjer (che hanno all’attivo altri due full-length e una serie di EP, in particolar modo il recente “Micro), ma “Macro” ha contribuito a cementare la posizione di rilievo degli ucraini all’interno del lato progressive/djent del metallo contemporaneo. Inoltre, la frontwoman Tatiana Shmailyuk è diventata il simbolo di una nuova generazione di vocalist metal, per le quali ormai non è più necessario (né tantomeno sensato) parlare di female fronted band. “Macro”, pur perdendo per forza di cose l’effetto “wow” delle precedenti pubblicazioni dei Nostri, consolida il sound dei Jinjer rendendolo una garanzia per tutti gli aficionados. Tra pezzi trademark (vedi “On the Top”) e folli sperimentazioni reggae e jazz, il terzo album della formazione è stato anche il protagonista del tour che il quartetto ha portato in tutta Europa, mietendo sold-out praticamente ovunque, Italia compresa.

Lana Del Rey – Norman Fucking Rockwell
Poche volte un disco di Lana Del Rey è stato accolto con freddezza. Non fa eccezione di certo “Norman Fucking Rockwell”, il sesto album della cantautrice statunitense, che è finito in tutte le pole di fine anno che si rispettino, oltre a debuttare al numero tre della Billboard 200, e che si è accaparrato pure due nomination ai prossimi Grammy Awards (Album of the Year e Song of the Year per la title track). L’immagine vintage della cantante ancora una volta si rispecchia nel sound di “Norman Fucking Rockwell”, pur ribaltando gli stereotipi a cui ci aveva abituati in passato, sia riguardo se stessa che i suoi Stati Uniti, narrando con la consueta grazia e se possibile un’ulteriore maturità artistica il sogno americano infranto, i cui cocci vengono spazzati via dolcemente dal suono del piano e della chitarra acustica e da qualche incursione sul versante radio-friendly (“Doin’ Time”).

Leprous – Pitfalls
Quando un viaggio negli abissi più cupi e profondi della mente umana si trasforma nella miscela perfetta tra sinfonie moderne e strutture progressive, un discorso già iniziato con il precedente “Malina”, ma concretizzatosi solo in “Pitfalls”. Il sesto album dei Leprous, basato appunto sui problemi di depressione del formidabile vocalist Einar Solberg, prova quanto il potere salvifico della musica sia tra i più efficaci, oltre a dialogare con un pubblico più vasto, complice la solo apparente maggiore immediatezza rispetto al passato (leggi alla voce “Alleviate”, singolo che ha conquistato anche chi non è mai stato fan della formazione norvegese, soprattutto nella versione della prima ora più incline alle sonorità heavy), che ha portato anche buoni risultati a livello commerciale nel Vecchio Continente. Ma “Pitfalls” è un’opera estremamente complessa, un pathos crescente impreziosito dall’ottimo lavoro agli archi del violinista Chris Baum e del violoncellista Raphael Weinroth-Browne, che sfocia nella chiusa epica di “The Sky Is Red”, uno dei brani più ambiziosi ed articolati mai prodotti dai Leprous.

Liberato – st
Possibile svecchiare la musica neomelodica napoletana con trap e hip hop? Assolutamente sì, almeno secondo il Vangelo di Liberato. Il misterioso rapper partenopeo (ad oggi le voci sulla vera identità del personaggio costantemente ritratto di spalle o con il capo coperto da un cappuccio rimangono per l’appunto solo voci di corridoio) è diventato un vero e proprio caso da studiare per gli esperti, oltre che un must per tutti gli appassionati del genere, anche per chi non parla napoletano stretto, tanto che la prossima primavera Liberato debutterà con un attesissimo concerto nientemeno che al Forum di Assago. Che piaccia o meno, il primo disco del rapper è una combinazione perfetta tra innovazione e tradizione, una dichiarazione d’amore per Napoli (la città in cui si incarna il moniker stesso) e per tutto ciò che rappresenta al di fuori di essa, nel bene e nel male.

Little Simz – Grey Area
Che la Gran Bretagna sia una fucina instancabile di talenti anche nel rap è un dato di fatto più che consolidato. La giovanissima Simbiatu ‘Simbi’ Abisola Abiola Ajikawo, meglio nota come Little Simz, proviene appunto dalla Terra di Albione, e con appena tre album all’attivo, è riuscita a riscuotere consensi un po’ ovunque grazie alla sua proposta innovativa e creativa, impegnata e del tutto slegata alla mera provocazione sensuale di molte colleghe (leggi alla voce Nicki Minaj e Cardi B). E nonostante questo, “Grey Area” ha l’indubbia qualità della sintesi, caratteristica che manca anche a molti grandi del genere, riuscendo a convincere pure l’ascoltatore più distratto con i suoi 35 minuti di running time, che invogliano a molti altri play. Uno degli ingredienti segreti del successo dell’artista è l’amico di vecchia data Inflo, artefice di beat fondati più su strumenti suonati che “semplici” sample.

Lizzo – Cuz I Love You
Per la paladina della body positivity la musica è sì importante, ma anche e soprattutto un modo per sensibilizzare il mondo sul tema dell’accettazione del proprio corpo (guardate la coraggiosa copertina dell’ultimo disco di Lizzo). La cantautrice originaria di Detroit è arrivata finalmente al successo mainstream con il terzo full-length in carriera, “Cuz I Love You”, una scheggia impazzita nella Billboard 200 grazie soprattutto ai singoli “Tempo” e “Juice”, facendo come se non bastasse incetta di nomination ai prossimi Grammy Awards (ben otto) tra cui citiamo solo Album of the Year, Song of the Year e Record of the Year. È facile capire perché Lizzo abbia avuto tutta questa visibilità. Non solo per le collaborazioni memorabili di stelle del calibro di Missy Elliott e Gucci Mane, ma anche perché la stessa Melissa Viviane Jefferson (questo il vero nome di Lizzo) ha tutte le carte in regola per non sfigurare accanto ai nomi appena citati, essendo un’artista a 360 gradi, capace di padroneggiare diversi generi (che siano pop, hip, soul o r’n’b).

Machine Gun Kelly – Hotel Diablo
Il rapper di nuova generazione più amato dai rockers di ieri e di oggi porta il nome di Machine Gun Kelly, nonostante in passato si sia fatto conoscere nell’ambiente hip hop soprattutto in seguito al dissing con Eminem. Basti pensare al sodalizio che è nato tra Colson Baker e i Mötley Crüe dopo l’interpretazione magistrale dell’artista di Tommy Lee nel film biografico “The Dirt”, che ha inoltre consolidato la carriera cinematografica di Machine Gun Kelly (che gli appassionati hanno avuto modo di apprezzare anche nella serie televisiva “Roadies”). “Hotel Diablo”, il quarto album in carriera per Baker, ha debuttato alla posizione numero cinque della Billboard 200, facendosi notare per il suo rap rock e per i suoi riferimenti e omaggi a colleghi recentemente scomparsi (Mac Miller, Lil Peep e Chester Bennington). Il disco, prodotto da Mark Foster dei Foster the People sonda la mente del giovane rapper, dimostrando tutta la maturità e la credibilità che lo hanno reso un personaggio realmente trasversale.

Mahmood – Gioventù bruciata
Mahmood ha bisogno di davvero poche presentazioni. Il vincitore dell’ultima edizione del Festival di Sanremo con il brano “Soldi” (che si è anche classificato secondo all’Eurovision Song Contest 2019) ha fatto della sua forza le polemiche riguardanti le sue origini egiziane (da parte del padre), che peraltro, sono al centro dei testi del suo esordio discografico “Gioventù bruciata”, insieme alla sua città natia, Milano, e alla vita dei giovani di periferia. L’album debutta direttamente al primo posto in classifica e viene certificato disco d’oro per le oltre 25 mila copie vendute nel territorio italiano, provocando un piccolo terremoto nel pop cantautorale, grazie a fascinazioni orientaleggianti e r’n’b, oltre a una timbrica particolare e distinguibile nel mare magnum del mainstream nostrano e un approccio fresco (che ritroveremo anche in molte altre nuove leve, leggi alla voce Ultimo).

Marracash – Persona
Uno degli album rap italiani più validi dell’anno porta la firma di Marracash. Il sesto lavoro in carriera di Fabio Bartolo Rizzo, oltre a presentare una carrellata di ospitate di altissimo livello (citiamo tra gli altri Gué Pequeno, Coez, Massimo Pericolo, Sfera Ebbasta, Cosmo), ha debuttato alla vetta della Classifica FIMI Album con oltre 25.000 unità vendute, come certificato dal disco d’oro assegnatogli alla fine della prima settimana. Il disco di platino, invece, è arrivato dopo la terza settimana dalla pubblicazione, e come se non bastasse,tutti i brani del disco hanno debuttato nelle prime diciannove posizioni della Top Singoli. “Persona” è un concept album in cui ogni pezzo corrisponde a una parte del corpo particolare (dall’anima al pene, per intenderci), dimostrando ancora una volta l’espressività del rapper di origini siciliane trapiantato a Milano, che a coronare un anno memorabile, è stato anche al centro del gossip più sfrenato a seguito della sua storia con la collega Elodie.

Massimo Pericolo – Scialla semper
Tra le nuove leve, chi si è fatto notare è Massimo Pericolo, giovane rapper di Gallarate, che ha guadagnato la fama online con i videoclip dei brani “7 miliardi” e “Sabbie d’oro”, che in poche settimane superano entrambi un milione di visualizzazioni su YouTube. A stretto giro arriva il debutto discografico di Alessandro Vanetti, “Scialla semper”, ispirato liberamente al suo arresto per droga avvenuto nel 2014. Un messaggio e un’immagine altrettanto forte, come quella pistola puntata alla tempia in copertina, hanno fatto la fortuna di Massimo Pericolo, ma anche un gusto particolare a cavallo tra trap e hip hop old school, con qualche incursione jazz, per un flusso di coscienza in cui traspare il disagio della vita di periferia, tra esistenze al margine e fama raggiunta dopo anni di gavetta e problemi con la legge, da cui traspare una maturità da fare invidia a molti colleghi più anziani.

Michael Kiwanuka – KIWANUKA
Dopo il già ottimo “Love & Hate” del 2016, Michael Kiwanuka è riuscito a superarsi con “Kiwanuka”, un disco che ha consolidato lo status di soulman contemporaneo dell’artista, oltre ad essere entrato di diritto nell’immaginario popolare attuale grazie all’utilizzo di molti suoi successi nelle colonne sonore di serie tv di culto. Il terzo album del musicista britannico esplora senza confini la musica black in tutte le sue sfumature, dal soul all’afrobeat, narrando storie di consapevolezza e di radici mai dimenticate, il tutto guidato dalle mani esperte di Danger Mouse e Inflo, trovando il modo di suonare vintage e contemporaneo allo stesso tempo, conquistandosi i consensi sia di chi è cresciuto con un certo tipo di sound, sia di generazioni leggermente più giovani ma comunque affascinate dall’opera sincera e senza filtri di un’artista a 360 gradi.

Moon Tooth – Crux
Da “Chromaparagon”, l’esordio discografico dei Moon Tooth risalente al 2016, era molto facile intuire quanto i Nostri avrebbero avuto ancora da dire con il passare del tempo. E infatti, eccoli tre anni dopo con “Crux”, un disco che oltre ad attestarsi sui livelli eccelsi dell’opera precedente, chiama in causa progressive metal, metalcore, fusion e infusioni blues, traducendo il tutto in energia pura, magicamente accessibile nella sua varietà e complessità, un flusso che non vede cedimenti per tutta la durata dell’album, in cui non appare neanche per sbaglio un riempitivo. “Crux” è l’esempio tangibile che spesso la tecnica non è solo un esercizio di stile fine a se stesso, ma lo strumento ideale per raggiungere un’intensità che non capita spesso di reperire là fuori, soprattutto quando si parla di band di certe sonorità. Che poi, parlare di uno specifico genere per i Moon Tooth non ha alcun senso.

Niccolò Fabi – Tradizione e tradimento
L’undicesimo album in studio di Niccolò Fabi, oltre a raggiungere il secondo posto della classifica italiana, gioca sul fascino e sulla forza degli opposti, trovando il modo per far evolvere la scrittura e le sonorità del cantautore romano. Dopo un’iniziale direzione elettronica, che però non riusciva a prendere del tutto piede, Fabi torna ad affidarsi a Roberto Angelini e Pier Cortese, pur mantenendo fertile il canale delle suggestioni sintetiche, ma basandosi sempre sulle fide sei corde e sui tasti di un piano. “Tradizione e tradimento”, arrivando dopo l’acclamatissimo “Una somma di piccole cose”, aveva il difficile compito di riscrivere la poetica dell’artista, riuscendoci, e certificando ancora una volta il valore del cantautore nel panorama musicale italiano contemporaneo, in bilico ma al contempo in perfetto equilibrio tra tradizione e innovazione.

Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen
“Ghosteen”, oltre ad essere il diciassettesimo album di Nick Cave, è anche il terzo e ultimo capitolo della trilogia formata da “Push the Sky Away” (2013) e “Skeleton Tree” (2016). Un (doppio) disco che come suggerisce il titolo stesso, porta ancora i segni lasciati dalla terribile tragedia che ha colpito il cantautore in prima persona, ovvero la morte improvvisa del figlio quindicenne nel 2015. Lasciati da parte i suoni disturbanti di “Skeleton Tree”, “Ghosteen” trova una dimensione più conciliante nell’accettazione del dolore, lasciando che l’amore e il ricordo sopravvivano alla morte, sconfiggendola (The Red Hand Files, il blog personale di Cave, contiene i germi alla base di questa idea e del disco stesso). Una vera e propria catarsi per chi canta e per chi ascolta, premiata anche da buoni risultati in termini di vendite internazionali.

Sleep Token – Sundowning
La storia degli Sleep Token ha inizio nel 2016, anno in cui il misterioso Vessel e soci iniziano a rilasciare con estrema parsimonia EP e singoli sparsi, ma in quantità sufficiente per far rizzare le antenne ai cacciatori di novità interessanti in ambito underground. Durante gli ultimi mesi del 2019, per l’esattezza ogni due settimane, al calare del sole, la band britannica ha pubblicato tutti i pezzi del disco di esordio fino ad arrivare alla release date, il giorno del cosiddetto “Sundowning” (che pressappoco corrisponde all’inizio dell’inverno). Tra tecniche di promozione innovative, culti ed enigmi (ancora oggi sono in molti ad essere convinti che il frontman degli Sleep Token sia qualche cantante di fama globale, senza del resto avere mai ricevuto né conferme né smentite), i Nostri hanno dato alle stampe un’opera che può essere definita senza troppi azzardi crossover, a cavallo tra musica suonata e musica prodotta, tra progcore ed elettronica, tra pop, indie e metal, frutto di una sensibilità che trascende qualsiasi etichetta.

Stormzy – Heavy Is The Head
Un successo di pubblico e di critica il secondo album del rapper britannico Stormzy, al secolo Michael Ebenazer Kwadjo Omari Owuo Jr., noto in patria oltre che per la carriera discografica, anche per il suo attivismo politico. “Heavy Is The Head” ha debuttato al secondo posto della classifica inglese, e i singoli “Vossi Bop”, “Crown” e “Own It” hanno raggiunto direttamente la vetta della UK Singles Chart, un risultato prevedibile dopo il botto di “Gang Signs & Prayer” (2017), che ha portato l’artista anche sull’ambitissimo mainstage del festival di Glastonbury. La rabbia di Stormzy nei confronti della gestione a suo avviso poco oculata del suo Paese di origine non si esaurisce dopo la fama, ma anzi trova in essa un ulteriore combustibile e un veicolo ancora più efficace, conquistando personaggi come Banksy e soprattutto Ed Sheeran, ospite in “Heavy Is The Head”.

Tha Supreme – 23 6451
Ad appena 18 anni, il rapper Tha Supreme (il cui vero nome è Davide Mattei) pubblica il suo disco d’esordio, “23 6451”, conquistando definitivamente il cuore dei giovanissimi, da cui si era già fatto notare in precedenza grazie alle numerosissime collaborazioni con idoli del rap nostrano (da Salmo a Nitro). Anche per il suo primo album Tha Supreme si avvale delle ospitate di pezzi da novanta quali Fabri Fibra, Salmo, Mahmood, Marracash, Lazza, Nitro, Dani Faiv, Gemitaiz e Madman e complice anche e soprattutto una campagna marketing al passo con i tempi e virale, “23 6451” si posiziona al primo posto della classifica italiana. Con un approccio fresco (anche se ben lungi dall’essere innovativo) alla trap e all’hip hop, l’artista parla alle nuove generazioni narrando storie di amori, droga e vita da teenager, un qualcosa in cui in molti coetanei si possono facilmente immedesimare.

Tiziano Ferro – Accetto miracoli
Il ritorno in scena del cantautore romano ha rappresentato il compimento della sua maturazione artistica e personale in un uomo finalmente libero dai fantasmi del passato, sebbene conscio del peso di questi ultimi. “Accetto miracoli”, il settimo album in studio di Tiziano Ferro a tre anni di distanza da “Il mestiere della vita”, ha riscosso un buon successo sia in patria che all’estero, soprattutto nei Paesi ispanici data la pubblicazione del disco anche in lingua spagnola. Tra collaborazioni di livello clamoroso (citiamo solo Jovanotti e Timbaland in veste di produttore), ballad intime e pezzi decisamente più ballabili, l’ultima opera dell’artista è sicuramente una delle migliori in assoluto in una carriera già fortunata ed acclamata di suo, in cui mancava solo questo “miracolo” per potersi dire effettivamente completa. Con buona pace dei sempre (purtroppo) attivissimi haters.

Tool – Fear Inoculum
“Fear Inoculum” ha portato una ventata di ottimismo nell’era degli ascolti usa e getta delle playlist di Spotify, e ha fatto fermare il mondo per almeno novanta minuti, scatenando nelle settimane e nei mesi successivi un profluvio di recensioni, commenti e opinioni più o meno a fuoco e blasonati. Il quinto album di Maynard Keenan e soci, arrivato a ben 13 anni da “10,000 Days”, è finito in vetta alle classifiche di mezzo mondo, e si è aggiudicato un Grammy Award come Best Metal Performance con la formidabile “7empest”. La concorrenza spietata di “Fear Inoculum” ha portato anche molti artisti (vedi Bon Iver) ad anticipare o posticipare la pubblicazione dei propri lavori, e soprattutto, come anticipato qualche riga sopra, ha riportato il nome dei Tool sulla bocca davvero di tutti, complice l’arrivo sulle piattaforme di streaming principali non solo dell’ultima fatica dei Nostri, ma anche per la prima volta di tutto il catalogo della storica formazione.

Tyler, The Creator – Igor
Tyler, The Creator è un nome notissimo all’interno del panorama rap internazionale contemporaneo. Balzato agli onori della critica musicale grazie al precedente “Flower Boy” (2017), nel 2019 l’artista si conquista di diritto anche il successo commerciale grazie a “Igor”, il primo lavoro di Tyler a debuttare alla numero uno della Billboard 200 e a vincere un Grammy Award come Best Rap Album. “Igor” è un lavoro non solo ricco di ospiti da urlo (citiamo, tra gli altri, Solange, Kanye West, Santigold, Jessy Wilson, La Roux, CeeLo Green e Pharrell), ma prodotto con una precisione e una cura maniacale, in un tripudio di beat estremamente cool ma solidi e al tempo stesso eclettici, attraverso i quali Tyler Gregory Okonma continua a prendersi gioco dei canoni spesso ottusi e rigidi che regolano l’identità di genere e i meccanismi di coppia. Un altro punto forte del rapper rimane la coerenza, indispensabile in un’opera come “Igor”, in cui sarebbe molto facile perdersi se non si avessero le idee estremamente molto chiare sul proprio sound.

Ultimo – Colpa delle favole
Il ciclone Ultimo ha travolto tutto dentro i confini nazionali, trap compresa, riportando in auge tra i giovanissimi la musica suonata, ma soprattutto il cantautorato italiano di qualità. L’appena 23enne Niccolò Moriconi, dopo due anni di fila al Festival di Sanremo, uno Stadio Olimpico pieno fino all’inverosimile di fan adoranti e l’annuncio di ben 14 stadi nel 2020, molti dei quali già sold-out, ha dato alle stampe l’album più venduto del 2019 in Italia, totalizzando un totale di 34 dischi di platino e 19 dischi d’oro, corrispondenti a 2.185.000 copie smerciate. Insomma, numeri da record nell’era dello streaming, specie per un artista italiano. Il terzo disco del cantautore romano, oltre a conquistare cuori e orecchie dei suoi seguaci grazie a ritornelli catchy e testi facilmente memorizzabili, denota la maturità di Ultimo nell’affrontare il tema della fama, raggiunta dopo una gavetta non lunga ma sicuramente in salita, quelle “favole” appunto, che quando meno te lo aspetti, diventano realtà.

Vampire Weekend – Father of the Bride
Nell’indie pop/rock dei giorni nostri ci sono poche certezze, ma una di queste porta il nome di Vampire Weekend. Nonostante l’abbandono del polistrumentista e produttore Rostam Batmanglij (che però ha contribuito alla stesura del disco in qualità di collaboratore esterno), Ezra Koenig e soci si sono portati a casa non solo le lodi dei critici musicali, ma anche un Grammy come Best Alternative Music Album e il terzo debutto consecutivo in cima alla Billboard 200. “Father of the Bride” e i 18 brani che lo compongono sono un inno alla spensieratezza e alla gioia di vivere, una caratteristica che è sempre stata presente nel sound dei Nostri e che di certo il passare del tempo non ha deteriorato, anzi. Tanti stili, tanti strumenti, tante idee, tanti featuring (da Danielle Haim a Mark Ronson), ma il nuovo disco dei Vampire Weekend risulta leggero e irresistibile, spontaneo e arguto come da buona tradizione dei Nostri.

Young Thug – So Much Fun
Un debutto fulminante quello di Young Thug, non solo per la conquista immediata della vetta della Billboard 200 e per il diluvio di stelle del rap contemporaneo che fanno capolino qua e là nel primo disco del “giovane delinquente” (Future, Machine Gun Kelly, Gunna, Lil Baby, Lil Uzi Vert, Lil Duke, 21 Savage, Doe Boy, Lil Keed, Quavo, Juice Wrld, Nav, J. Cole e Travis Scott), ma anche per la qualità di un prodotto che è riuscito ad emergere in un genere ormai saturato da tempo. Jeffery Lamar Williams si era già fatto notare in precenza per il suo featuring nella hit “Havana” di Camila Cabelo e per il Grammy vinto grazie a “This Is America”, pezzo di Childish Gambino che ha contribuito a scrivere insieme allo stesso Donald Glover, ma in “So Much Fun”, una volta per tutte, rivendica la sua supremazia in quanto campione di stile e di flow, e lascia intravedere un futuro più che roseo di fronte a lui.

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