Music Attitude
STORIA DELLA MUSICA - I MIGLIORI DISCHI
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Accadde in quell'Anno

Premessa: nell’anno del Covid-19, non è certo nostra volontà semplificare le cose, ridurre una trattazione delicata a un lamento, piuttosto che addentrarci in questioni su cui non avremmo la minima competenza. Da sempre ci limitiamo a parlare di Musica su queste pagine. E faremo lo stesso anche in quest’ultimo articolo di Musicologia, parlando di come la Musica sia attualmente tra le realtà più devastate e a serio rischio estinzione. Per lo meno per come la conosciamo (e vogliamo continuare a conoscerla) noi di Musicologia / MusicAttitude / Outune.

A che serve ancora la Musica?

In un mondo dove la pandemia causata dal Covid-19 (con oltre 60 milioni di casi registrati e oltre 1 milione e mezzo di decessi) ha palesato l’inconsistenza di industrie dell’effimero e la totale non sostenibilità di settori produttivi costruiti su contraddizioni e apparenti necessità estemporanee, la cultura è quella che ha pagato il prezzo più alto.
Musica e concerti ridotti ad “artisti che ci fanno tanto ridere”, classifiche che proseguono nel certificare dischi d’oro streaming di brani identici, consumati online da milioni di persone (e bot) nella totale disaffezione e completa disattenzione nell’ascolto: il music business ha conosciuto il punto di non ritorno tante volte preconizzato da quei tromboni vecchi e inaciditi che ne prevedevano il collasso da già almeno un decennio, quando i talent governavano classifiche, scelte editoriali, produttive ed aziendali.
Pochi mesi indietro, nel 2019, diverse major festeggiavano il salvatore della patria (aka lo streaming), capace di garantire almeno un lustro di prosperità e innovazione. Sebbene sia indubbio come Spotify abbia mutato definitivamente l’ascolto, seppellendo sotto metri di cemento quella discografia che a Napster e iTunes aveva reagito con l’usa e getta trimestrale (semestrale/annuale nei casi migliori) dei già citati X Factor e Amici del caso, acuendo la fragilità di un mestiere (quello del musicista) decisamente complicato dal post Millennium Bug.
Quel Millennium Bug che non sarà arrivato alla mezzanotte del primo giorno del Duemila ma che, a conti fatti, si è silenziosamente circostanziato negli smartphone di nuova generazione e nei social network dagli anni Dieci in poi.

Ma non è questo il luogo dove discernere tale situazione. Siamo a parlare di un anno che rimarrà nella memoria del genere umano come quello in cui un virus diffusosi a velocità spaziale in tutto il mondo ha disintegrato certezze, abitudini, usanze e reso ancora una volta più evidente come l’umanità, dopo tutto, non sia poi così diversa quando le difficoltà bussano alla porta.
Nell’Annus horribilis 2020 i concerti sono spariti (eccezion fatta per qualche evento a numero limitato, distanziato e rigorosamente all’aperto), la filiera musicale è stata disintegrata, la discografia resiste (al momento) grazie agli stratagemmi in streaming di cui sopra, allo “smart” working e sussidi statali.

Una marea di artisti hanno deciso prima di rinviare le uscite, poi pubblicarle, piuttosto che rimaneggiarle o di rivederle completamente. O ancora pubblicare due o tre EP, singoli, fare dirette schizofreniche su Instagram o lanciarsi nel live streaming a pagamento, trasmettendo filmati già registrati.
Reazioni scomposte dettate da una disperazione di fondo, da una lancinante incertezza e dalla contorcente sensazione che – forse – l’aver dedicato l’esistenza a determinate arti, lavori e progetti potrebbe essere stato il più grande e irrimediabile errore di una marea di vite.
Come se la pandemia causata dal Covid-19, e le relative conseguenze economiche e sociali che ne deriveranno per molto tempo a venire non bastassero, la scomparsa di autentiche leggende dello strumento come Neal Peart, Andy Gill, Brian Howe, Frankie Banali ed Eddie Van Halen, hanno ulteriormente ingigantito la sofferenza di chi ha amato certe sonorità immortali.
Inoltre gli addii a personaggi globali e iconici come Sean Connery, Kobe Bryant e Diego Armando Maradona, i tumulti negli States in seguito all’uccisione di George Floyd durati bene o male fino all’elezione di Joe Biden come nuovo Presidente USA (si insedierà nel 2021), sono “solo” altri eventi nefasti che faranno rimanere nella memoria collettiva il 2020 come uno degli anni più simili a quelli in cui si combattevano le Guerre Mondiali.

Un vaccino o una qualche cura miracolosa potranno cercare di sistemare le cose nel giro di un paio d’anni, illudendoci che il mondo sia tornato quello di sempre e che, alla fine, i contratti a termine o le finte partita iva non erano poi così male.
Ma la ferita che tutti noi abbiamo subito (inclusa la perdita di affetti senza nemmeno poterli assistere nelle loro ultime ore), non si rimarginerà mai, nemmeno quando forse (tra 2 o 3 anni nel migliore dei casi) torneremo ad ammassarci per urlare sotto i palchi e a sperare che la qualità e la Musica fatta bene prima o poi tornerà realmente a svettare in cima alle classifiche.
Senza pandemia, il 2020 sarebbe probabilmente passato inosservato in una futura retrospettiva che ricercasse quegli album migliori o anche solo quegli episodi “commercialmente rilevanti” per una finalità enciclopedica.

La corsa ai numeri ad ogni costo di uno streaming che distribuisce dischi d’oro a prodotti immessi sul mercato in serie con nessuna finalità artistica, è solo uno degli elementi destabilizzanti per chi, come noi, ha da sempre cercato un equilibrio tra emissioni di qualità e fenomeni da classifica, per poter spiegare meglio non solo chi abbia inventato il rock, ma anche l’evoluzione della società, la nascita di movimenti, l’espansione della cultura, come modificare le preferenze degli ascoltatori rendendo di successo personaggi senza la minima qualità artistica e via discorrendo.
Negli ultimi anni tuttavia, questo sforzo ha lasciato progressivamente spazio a una disillusione non solo legata all’età anagrafica, ma anche a una realtà in cui l’ascolto e l’analisi dell’arte più popolare diffusa presso le masse, risultano oramai inevitabilmente esercizi di stile non richiesti e in più totalmente fini a se stessi.
Ricercare, inondati settimanalmente da migliaia di singoli, quell’episodio che potrà resistere alla prova del tempo e conquistare vecchi e nuovi appassionati di Musica, non è solamente inutile, ma è anche attività sfiancante e demotivante.
Molto meglio rassegnarsi nel constatare la fine di un’epoca solamente accelerata dalla terribile pandemia causata dal Covid-19, le cui conseguenze dai più non sono ancora state comprese e nemmeno immaginate.
Senza eventi dal vivo diventerà ancora più difficile per una marea di band non solo sostenere la propria attività, ma anche mantenere viva quella fiamma creativa che la Musica da sempre instilla in chi la sa accogliere non (solo) come riempitivo, ma soprattutto come elemento fondamentale della propria esistenza.

Con Musicologia abbiamo coperto bene o male quasi sessant’anni di storia musicale, dai Sessanta a questi anni Dieci del nuovo millennio. Possiamo ora ritirarci e lasciare spazio alla top 50 Viral di Spotify, che certamente saprà disegnare in modo più rapido ed efficace tutto ciò che meriterà menzioni a imperitura memoria dal 2021 in poi.
Nel giro di pochi anni monumenti come Michael Jackson e Led Zeppelin saranno sostituiti nelle classifiche generali di vendita da chi avrà totalizzato miliardi di streaming, grazie alla conversione (qualcosa tipo 1.300 ascolti online = 1 copia fisica venduta) che permette di annoverare un centinaio di dischi di platino a chi ha alle spalle un paio di album e cinque anni di carriera.
Il nostro database è già sufficientemente popolato da boy band e fenomeni da baraccone del passato (e ahinoi del presente), ai quali abbiamo sì dato spazio ma anche spiegato, in modo abbastanza evidente le motivazioni del loro successo (motivazioni che, ovviamente, avevano limitata attinenza alla Musica). Ma ora è del tutto superfluo essere costretti a escludere una band indie o una rock band di valore per lasciare spazio al campione di vendite che non ha mai cantato una nota dal vivo. Sia perché non è minimamente in grado di farlo, sia perché non è minimamente necessario farlo, dato che di note in molta della Musica che furoreggia oggi nelle classifiche non c’è affatto traccia.
Chiudiamo con la certezza che sapere che, anche in questo disgraziato 2020, Artisti leggendari come Dylan e Springsteen abbiano ancora una volta voluto incidere nuove canzoni, sia tutto sommato un premio decisamente sufficiente per chi qualcosa di Musica ci capisce davvero.

ALBUM 2020 – I 40 DISCHI PIU’ IMPORTANTI DELL’ANNO

AC/DC – Power Up
Non dovrebbe essere complicato comprendere il motivo per cui, nel 2020, un album degli AC/DC finisca a priori in una selezione di dischi considerati “rilevanti”. Un certo modo di suonare lo hanno inventato loro e, ancora oggi, riescono a farlo meglio di chiunque altro. Il ricordo di Malcolm e il rientro nella line-up di Brian Johnson, Cliff Williams e Phil Rudd consentono ai brani di Power Up di superare le più rosee aspettative. La critica più rivolta alla band -pratica abusata da superficiali e incompetenti polemici di professione- di aver inciso sempre lo stesso pezzo dal 1975 a oggi è, in realtà, il miglior complimento possibile per qualsiasi artista. Visto che quel pezzo, quel dannato e identico pezzo, è sempre stato una figata colossale.

Actress – Karma & Desire
Darren J. Cunningham è uno dei nomi maggiormente quotati della scena sperimentale elettronica. Nel nuovo album riesce a dare forma a un sound ambient e avantgarde che racconta “una tragedia romantica che si svolge tra il paradiso e l’aldilà”, senza precisi riferimenti o ispirazioni. Se la definizione di post-rave va stretta ad Actress, sicuramente il mood è direzionato in quei territori.

Bob Dylan – Rough and Rowdy Ways
Una delle icone assolute della musica ritorna dopo 8 anni con un nuovo studio album di inediti propri. Già questo sarebbe sufficiente per rendere rilevante quest’uscita. Ma come spesso capita ai grandissimi, il disco riesce a confermare quanto già si sapeva, ovvero che pochissime altre voci nella storia della Musica siano riuscite negli anni a immortalare momenti storici, passaggi sociali e crisi personali meglio di Bob Dylan.

Bruce Springsteen – Letter to You
Il Boss ritorna con la E Street Band, facendoci piangere pensando a quando (e se) riusciremo a rivederli tutti insieme sul palco. Il disco raggiunge profondità riflessive assolute, Springsteen ci ricorda come sia possibile con la Musica superare le difficoltà, o per lo meno come si possa provare a farlo e ad acuire i dolori di accadimenti ed esistenze tormentate. L’intero lavoro è stato registrato dal vivo in studio, senza demo e con minime sovra incisioni. Rarità nei tempi in cui si esaltano le release prodotte in cameretta.

Bush – The Kingdom
L’ottavo album di Rossdale e compagni è un altro tassello nella carriera di una band spesso dimenticata o sottovalutata per la definizione del sound alternative che fece furore nella seconda metà dei 90. Un disco che, in un momento storico differente, potrebbe dare nuovo spessore ai Bush, permettendone la riscoperta anche da una fascia di ascoltatori meno avvezzi a certe sonorità.

Childish Gambino – 3.15.20
Capace di inquadrare meglio di moltissimi altri i tempi attuali con la devastante This Is America nel 2018, Donald McKinley Glover Jr. è insieme a Kendrick Lamar uno dei migliori interpreti di alternative hip hop e r&b contemporanei. Dopo Awaken, My Love! del 2016, Glover riesce nuovamente a imporsi all’attenzione generale grazie a doti artistiche fuori dal comune.

Code Orange – Underneath
Con i concerti i Code Orange sarebbero probabilmente esplosi del tutto nel 2020. Il loro quarto album li conferma tra le forze trainanti del nuovo alternative metal statunitense, grazie a una personalissima visione hardcore e industrial che traspone nella modernità dissonanze e improvvise melodie d’impatto. Il futuro del genere potrebbe davvero essere (anche) loro.

Dardust – SAD Storm And Drugs
Nel pop italiano degli ultimi anni Dario Faini è uno degli autori che maggiormente si è distinto per creatività e abilità. In pochi hanno saputo meglio di lui tradurre le emozioni in musica e attualizzare la scena modern classical in questo modo. Tra composizioni e produzioni di alto livello (anche internazionale), Dardust riesce a portare la contemporaneità urban all’interno di impianti classici. Il futuro potrà essere ancora più generoso con questo abile artista.

Deftones – Ohms
Non è da tutti essere stati tra i fondatori del nu-metal a metà Novanta ed essere ancora così rilevanti nel 2020. L’alternative di Chino Moreno e compagni colpisce ancora, confermando lo status di intoccabili a cui la band è assurta da diverso tempo. In “Ohms” ci sono momenti intensissimi, variazioni impreviste e picchi assoluti tra “Pompeji” e la pesante “This Link Is Dead”. La produzione di Terry Date conferisce uno spessore d’annata a produzioni che non di certo sfigurano in una scena contemporanea molto poco attenta alle pesantezze. Garanzie.

Diodato – Che vita meravigliosa
Diodato, attivo da 13 anni, arriva finalmente alla meritata consacrazione vincendo il Festival di Sanremo, conquistando un pubblico trasversale grazie a un’abilità indubbia nella scrittura e nell’esecuzione. E’ difficile pensare che in Italia nel 2020 sia possibile ottenere risultati importanti senza tatuarsi il volto, usare l’autotune e cantare turbe adolescenziali. Tuttavia l’affermazione di Diodato ricorda che la scuola cantautorale nazionale (anche contemporanea) merita molta più considerazione di quanto si pensi.

Dua Lipa – Future Nostalgia
La popstar degli ultimi anni conferma il proprio status con un lavoro che tra dance, electro-pop, synth e rimandi alla disco di anni passati la fa volare nelle classifiche di vendita di tutto il mondo. La formula è oramai consolidata, la popolarità dell’artista britannica di origini albanesi e kosovare non ha più confini. Sta a lei ora rimanere sulla cresta dell’onda, trovando il modo di non scomparire come già capitato in tempi recenti ad altrettante popstar.

Fiona Apple – Fetch The Bolt Cutters
Senza troppe discussioni, si tratta dell’album che ha polarizzato l’attenzione della critica nel 2020. 8 anni dopo l’ultimo disco di inediti, Fiona torna con un lavoro totalmente lontano dal mercato, riportando in auge un certo modo di fare art-pop senza probabilmente nemmeno volerlo. Libertà artistica ed espressiva a ogni costo, al punto che – come spesso capita in questi casi – gli ascoltatori si dividono in “osannatori” o denigratori senza riserve. La verità è che emissioni simili, in tempi tanto cupi dal punto di vista culturale, sono nient’altro che iniezioni di fiducia vitali per chi ama la Musica senza compromessi.

Five Finger Death Punch – F8
Espressione massima del metal testoteronico a stelle e striscie da un decennio, i Five Finger Death Punch sono non solo tra i gruppi heavy maggiormente forti da un punto di vista commerciale usciti dagli States negli ultimi 15 anni. La loro formula è da sempre groove con semplici soluzioni ritmiche e una ricerca ossessiva dell’alternanza tra aggressività e melodie ficcanti. Dal vivo i Nostri danno il meglio, confezionando da tempo uno spettacolo a 360 gradi in cui le scenografie e il contorno hanno importanza pari (se non superiore) alla fiera proposta musicale.

Francesco Gabbani – Viceversa
Se per molti tv addicted rimane quello che canta dentro il vestito da scimmia, Gabbani ha saputo rapidamente sdoganarsi da quell’immagine per vestire i panni di un artista in grado di inserirsi a pieno livello tra i top player della musica leggera italiana contemporanea. In pochi hanno ottenuto in così poco tempo una crescita di consensi dal pubblico sia televisivo, sia amante del pop nazionale.

Ghali – Dna
E’ insieme a Sfera Ebbasta il capostipite di una nuova generazione di artisti giovani che hanno come obiettivo quello di rivoluzionare la scena italiana rap (ma non solo). L’abilità imprenditoriale e la capacità di suonare super cool per un pubblico di giovanissimi, ha da subito contraddistinto Ghali Amdouni, rapper attentissimo alle tendenze e ai suoni del pop internazionale. La prova del tempo dirà se i dirompenti successi dei singoli da milioni di riproduzioni in streaming resisteranno e porteranno in futuro la musica di Ghali a riempire (un domani che torneranno i live) costantemente i palazzetti.

Ghemon – Scritto nelle stelle
Arrivato oramai al sesto album, Ghemon si conferma tra gli artisti più interessanti della scena pop/urban e di rap soul, grazie a una capacità di scrittura che si conferma ad alto livello dopo il successo ottenuto dal precedente “Mezzanotte”. In questo lavoro tuttavia il sound diventa più funk/blues, grazie ai musicisti che accompagnano l’artista in un disco personale e decisamente interessante.

Gué Pequeno – Mr. Fini
Tra i maggiori interpreti di rap italiano, Gué Pequeno arriva al settimo album con la consapevolezza di poter osare senza alcuna remora. Lo status raggiunto negli ultimi anni dall’artista è indubbiamente importante, grazie anche a una capacità anticipatoria del sound e dei trend che di lì a poco avrebbero furoreggiato anche nel nostro Paese. In “Mr. Fini” l’artista guarda decisamente agli States e cerca di creare un lavoro più introspettivo dei precedenti, senza voler rinunciare a sfondare le casse dell’ascoltatore. Molti (troppi?) gli ospiti di un album che conferma Gué ai vertici del panorama nazionale.

Haim – Women in Music Pt. III
Este, Danielle e Alana Haim trovano la chiusura del cerchio, con un album che se non ha riscontrato il successo commerciale dei precedenti, riesce a rinchiudere nei 50 minuti di durata, l’essenza del soft rock del trio indie californiano, convincendo la critica internazionale senza molte riserve.

Haken – Virus
Nel tempo gli Haken sono diventati tra i gruppi più importanti della scena progressive metal moderna, grazie a una costante produzione di studio album (ben 6 dal 2010 a oggi) e a una resa live decisamente convincente. Il fatto che “Virus” non abbia soddisfatto appieno gli aficionados della band, testimonia come lo status dei Nostri sia oramai diventato rilevante, viste le aspettative altissime che ogni volta circondano le nuove release degli Haken.

Halsey – Manic
Spesso avvicinata a Lorde, Halsey torna sulle scene con un lavoro introspettivo, electropop e denso di rimandi a pop, alternative, hip hop e molto altro. La performance commerciale dell’album è stata da subito convincente, con oltre 1 milione di copie (inclusi ovviamente i numeri totalizzati dallo streaming) vendute nei soli Stati Uniti.

Idles – Ultra Mono
Un album post-punk in testa alle chart in UK nel 2020. Basterebbe già questo per considerare l’importanza della release degli Idles. L’impatto sferragliante dei brani combacia perfettamente nel descrivere la situazione politica contemporanea, oltre alla lotta di classe e ai problemi mentali che affliggono la società attuale. Se gli irlandesi Fontaines DC (che avevamo segnalato già l’anno scorso) avevano già scosso il Regno Unito, gli Idles danno un’ulteriore spintone alle chart piene di generi tutt’altro che affini a un certo tipo di rock senza compromessi.

Lil Uzi Vert – Eternal Atake
Tra i nomi più caldi negli States, Lil Uzi Vert ha spopolato nella prima parte del 2020. L’hip hop è oramai il dominatore delle chart mondiali, “Eternal Atake” è uno di quei titoli che troverete in molti recap di fine anno. Il milione di copie (streaming convertiti inclusi) smerciato negli USA parla da solo.

Major Lazer – Music is the Weapon
Il ritorno dei Major Lazer di Diplo è stato uno degli eventi del 2020 in ambito dancehall e reggaeton. Insieme al famoso produttore troviamo Walshy Fire ed Ape Drums, i ML cercano di bissare il successo di “Peace Is The Mission” senza modificare troppo la proposta, ma favorendo una serie di featuring forse anche troppo corposa (tra questi Alessia Cara, J Balvin, Nicki Minaj e Marcus Mumford), che permette al progetto di sporgersi anche in versanti poco abituali come su “Lay your head on me”.

Nazar – Guerrilla
Tra industrial, elettronica e tradizione kuduro, Nazar Simões confeziona un album che non può essere staccato dalla storia brutale della guerra civile angolana, che durò ben 27 anni. Il risultato finale spiazza e porta verso lidi non lontani da influenze daft-punkiane, grazie a campionamenti e soluzioni inaspettate. Un viaggio che merita di essere approfondito e non trattato in poche righe. La segnalazione in ogni caso era irrinunciabile.

Perfume Genius – Set My Heart on Fire Immediately
La consacrazione definitiva per Mike Hadreas, cantautore cresciuto negli anni Dieci che arriva al quinto album osannato dalla critica internazionale, grazie anche agli omaggi al pop e al classic rock degli anni ottanta inseriti in una consolidata matrice art-pop/rock che, a distanza di tre anni dal precedente “No Shape”, è ancora più incisiva e perfezionata.

Phoebe Bridgers – Punisher
Indie folk e cantautorato classico con declinazioni modernissime per il secondo album di uno dei nomi più caldi della scena americana contemporanea: Phoebe confeziona un album adatto a ogni tipologia di ascoltatore, anche per quelli meno avvezzi a certe sonorità. Se in futuro sentirete parlare molto di lei non sorprendetevi e, anzi, recuperate questo ottimo disco prima possibile.

Pinguini Tattici Nucleari – Fuori dall’hype – Ringo Starr
La ristampa sanremese è più che legittima per un gruppo che è passato in poco tempo dall’essere una solida realtà indie a un act capace di organizzare (e poi rinviare per evidenti motivi sanitari) un tour nei palazzetti italiani. L’ennesima dimostrazione di come, ogni tanto, la televisione possa solo fare bene a chi, per anni, ha continuato imperterrito a incidere la musica che voleva. Sarà solo il tempo a stabilire se l’hype in questione proseguirà oppure svanirà rapidamente.

Populous – W
Il produttore leccese Andrea Mangia celebra l’energia femminile in un album tributo alle donne che svetta a livello qualitativo su ogni altra uscita espressamente disegnata per furoreggiare in estate. Tra house, reggaeton e synth di matrice tropicale, “W” convincerà anche i più tamarri abituati alle solite noiose riproposizioni in salsa latin.

Protomartyr – Ultimate Success Today
L’impegno politico che trasuda nelle tracce dei Protomartyr (giunti al quinto album) non deve far perdere di vista l’eccellente impianto musicale alternative e post-punk che sorregge 10 tracce dense di interesse e impatto. Quando vi dicono che il rock oggigiorno non ha alcuna ragion d’essere, provate a mettere su “Ultimate Success Today”.

Róisín Murphy – Róisín Machine
Il quinto album di Róisín vede l’artista muoversi decisamente verso la dance rispetto ai precedenti sforzi in direzione art pop e trip hop. Il revival electro e vintage disco di anni passati permea tutta la produzione, convincendo la critica e lasciando perplessi i fan della prima ora della Murphy. Il successo comunque sembra per ora dare ragione a questo “Róisín Machine”.

Run The Jewels – RTJ4
Hip hop vecchia scuola per uno degli album più acclamati del 2020, vuoi anche per il fatto di essere uscito in un momento in cui le strade americane brulicavano di scontri. Tensione assoluta e soluzioni old school trapiantate nella contemporaneità. Da segnalare un paio di featuring con coppie singolari come Mavis Staples-Josh Homme e Zach De La Rocha-Pharrell Williams.

Samuele Bersani – Cinema Samuele
Quasi come fosse un vaccino contro le tendenze semplicistiche e gli stratagemmi di marketing per portare figure dal nullo valore artistico in cima alle classifiche: “Cinema Samuele”, nono album di Bersani, non è certo nato per adempiere a tale compito, ma siamo sicuri che molti ascoltatori abbiano accolto il disco come qualcosa di salvifico in un periodo tanto triste. Il cantautorato italiano dimostra ancora che, lontano dalle apparenze, è ancora pulsante, vivo e determinato a rimanere.

Slait – Bloody Vinyl 3
Prima della campagna di marketing disumana messa in piedi per “Famoso” di Sfera Ebbasta, Tha Supreme si era riconfermato l’artista più ascoltato su Spotify in Italia anche nel 2020. Il mixtape “BV3” vede Slait insieme a Low Kidd, il già citato Tha Supreme e Young Miles impegnati in produzioni che vedono la presenza, tra gli altri, di artisti del calibro di Coez, Nitro, Fabri Fibra, Jake La Furia e Salmo. Il progetto sperimenta sonorità differenti, cercando di ampliare a dismisura la potenziale platea di ascoltatori interessati. E riesce perfettamente nel proprio intento, ottenendo facilmente il disco di platino.

Sylosis – Cycle of Suffering
Il quinto album della band di Josh Middleton è una summa del sound metalcore denso di thrash e progressive in cui l’attuale chitarrista degli Architects si è specializzato dal 2008 in poi. L’impatto e la costruzione delle tracce contenute nel platter è interessante materiale di studio per chi volesse cimentarsi in generi simili. Nel marasma di act che suonano tutti uguali, i Sylosis hanno da sempre cercato di distinguersi per creatività e soluzioni imprevedibili.

Taylor Swift – Folklore
Una delle popstar maggiormente affermate degli ultimi dieci anni torna alle origini, proponendo un country-folk acustico intimista che si dimentica delle esagerazioni pop ed elettropop delle precedenti (ma altrettanto fortunate) emissioni. L’isolamento obbligato conseguente alla crisi sanitaria mondiale, ha permesso a Taylor di lavorare insieme a Aaron Dessner, Jack Antonoff, William Bowery e Bon Iver. Nel primo giorno d’uscita, Folklore ha totalizzato 80,6 milioni di riproduzioni in streaming.

Tedua – Vita vera mixtape
Il mixtape di Tedua permette al rapper di Genova di consolidare la propria posizione dopo il grandioso riscontro ottenuto nel 2018 dall’album Mowgli. I featuring tra gli altri di Capo Plaza, Rkomi, Ghali ed Ernia aggiungono interesse a una release che conferma l’artista tra i nomi più importanti della scena rap nazionale.

The Weeknd – After Hours
Ormai nome di punta dell’universo r&b e pop internazionale, The Weeknd centra nuovamente il bersaglio con il suo quarto album. “After Hours” è una sorta di disco cinematografico, in cui l’artista racconta la propria esistenza tormentata da demoni del passato, grazie a una produzione che indugia sui synth vintage e un gusto pop che fa sfracelli nelle chart di tutto il mondo.

Within The Ruins – Black Heart
Nel loro sesto studio album i Within The Ruins provano ad andare oltre i confini del deathcore canonico, contaminando la proposta con richiami al metal classico, dissonanze ed estremizzazioni delle partiture (a volte i richiami al sound di un videogioco 8 bit sono totali) e una forma canzone che non sempre segue il canonico copione. Il risultato è uno dei dischi più interessanti usciti in campo djent e prog-core dell’ultimo decennio. Occhio ad ascoltarlo tutto di fila se soffrite di mal di testa cronici.

Yungblud – Weird!
Il secondo album del giovane Yungblud è stato anticipato dall’onda travolgente del successo che ha travolto l’artista di Doncaster. Dominic Richard Harrison è stato protagonista di molti featuring importanti tra il 2019 e il 2020 (Travis Barker, Dan Reynolds, Machine Gun Kelly e i lanciatissimi Bring Me The Horizon solo per citarne alcuni). In Weird! Yungblud canta come se fosse un artista britpop dei Novanta, ogni tanto grida come Manson dei bei tempi, ricordando altrove il sound caro a Fall Out Boy e MCR (o addirittura ad Andrew WK). Pop zuccheroso e rock insieme a elettronica e basi, in un intruglione praticamente irresistibile per chi è giovane e non è schiavo di trap e viral 50. Ogni suo pezzo, tra l’altro, potrebbe essere nella OST di una qualsiasi delle serie di Netflix o Prime Video. Come fa a non funzionare?

Zen Circus – L’ultima casa accogliente
Il cantautorato rock della band toscana arriva a un nuovo livello di consapevolezza. Dopo 20 anni di carriera a una fortunata apparizione a Sanremo, il gruppo riesce nuovamente a sorprendere, incidendo un lavoro introspettivo e intarsiato con pazienza e abilità in ogni singolo elemento. La legittimazione definitiva per Andrea Appino e soci di essere assolutamente degni di un posto importante all’interno della scena alternative nazionale.

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