The Heavy Countdown #137: Soen, The Body, Annisokay

Soen – Imperial
Un’opera maestosa e trascinante, catchy (nell’accezione ovviamente meno banale possibile) ma al tempo stesso atmosferica, imperiosa e sofisticata, senza per questo mai risultare pretenziosa. Insomma, tutto ciò non è di certo una novità per la premiata ditta Soen, ma avercene. Il quinto full-length dei veterani svedesi del progressive metal incarna al meglio la raffinatezza derivante da una ricerca sonora che non conosce requie, capace di calibrare aggressività e melodia con una maestria difficili da reperire in giro (vedi “Lumerian” e “Monarch”).

The Body – I’ve Seen All I Need To See
Non puoi distrarti un attimo, che i The Body ti fanno uscire alle spalle un nuovo full length. E infatti, poteva iniziare senza i presagi nefasti del duo dell’Oregon questo 2021? Certo che no, ed eccoci qui per l’appunto, a tre anni di distanza da “I Have Fought Against It, But I Can’t Any Longer.”, in preda a crisi di panico e angosce esistenziali, dopo aver visto tutto ciò che bisognava vedere. O ascoltare, sarebbe meglio dire. Tra distorsioni noise/grind e profondità oscure doom, la drammatica parata dei The Body, più che alla disperazione, sembra cedere il passo questa volta alla rabbia. Date un ascolto a “Tied Up and Locked In” per esempio, e poi ne riparliamo.

The Dirty Nil – Fuck Art
Devo ammettere di aver ascoltato “Fuck Art” dei The Dirty Nil solo per la copertina. Ma come spesso succede, quando meno te lo aspetti e con una buona dose di fortuna, arriva un album senza nessuna pretesa sì, tranne quella di sgombrarvi la mente per una buona mezzoretta o poco più. E dici poco, soprattutto dopo aver ascoltato i The Body. Scherzi a parte, il bello del terzo disco di questo trio canadese è di proporre un alternative/pop-punk lo-fi sulla falsa riga dei Dinosaur Pile-Up (“Doom Boy” e “Elvis ‘77”), con in più un guizzo umoristico e semiserio che rende le lyrics dei veri gioiellini (“To the Guy Who Stole My Bike”).

Lonely the Brave – The Hope List
Mettetevi comodi e chiudete gli occhi. Lasciate che i sogni dei Lonely the Brave diventino i vostri, ne varrà la pena. È stato un caso fortuito se “The Hope List” è riuscito ad arrivare alle nostre orecchie, dopo una storia abbastanza travagliata nella formazione. Finalmente l’equilibrio ritrovato ha portato la band a questo terzo lavoro in cui alternative e post rock la fanno da padroni (“Chasing Knives” e “The Harrow”, giusto per citare due tra i pezzi più esemplificativi), consegnandoci a un mondo malinconico e nostalgico, sotto la guida sapiente della voce calda e duttile del nuovo vocalist Jack Bennett, decisamente uno dei punti di forza dei LTB.

Annisokay – Aurora
Che l’arrivo in line-up del nuovo unclean vocalist Rudi Schwarzer non avrebbe violato gli equilibri degli Annisokay era un po’ la scoperta dell’acqua calda. Cambiare il corso dopo il fortunatissimo “Arms” (2018) sarebbe stato un suicidio, e infatti i paladini tedeschi del metalcore contemporaneo continuano per la loro strada con “Aurora”, un percorso sempre più monodirezionale e votato all’easy listening plastificato e ai brani tamarri e orecchiabili di presa immediata, ma di resa nel tempo purtroppo non efficace alla lunga (prendete il singolo “Like a Parasite” oppure l’esperimento alternative alla Bring Me the Horizon poco riuscito di “Overload”).