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The Heavy Countdown #136: Daniel Tompkins, Shores Of Null, Green Druid

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Daniel Tompkins – Ruins
Ammettere i propri errori e tornare indietro con umiltà sui propri passi è una dote che solo i grandi possiedono. Daniel Tompkins, che con “Castles” aveva frettolosamente dato alle stampe un debutto solista poco convincente per i suoi standard, a neanche un anno dall’uscita del suddetto disco pubblica “Ruins”, una versione potenziata di “Castles” in cui i pezzi finalmente prendono la vita e la verve che si meritano, riflettendosi al meglio in un sound più aggressivo e cupo (e lo screaming presente in tutti i brani è lì a testimoniarcelo), più consono ai temi delle lyrics, anche grazie agli arrangiamenti cristallini ad opera del fido chitarrista e producer Paul Ortiz. Passando dai toni industrial di “Sweet the Tongue”, per arrivare alla title track e a “Empty Vows” che rasentano la perfezione alternative (citiamo anche le eco dei First Sign of Frost in “Stains of Betrayal”), “Ruins” è un lavoro che vi darà soddisfazione a lungo, e non serve essere fan di Tompkins o dei Tesseract.

Our Oceans – While Time Disappears
Un progetto complesso ma lieve come l’aria, un balsamo per le orecchie e soprattutto per la mente. Il secondo album degli olandesi Our Oceans si frappone nell’interstizio tra prog tradizionale, Steven Wilson e Leprous (soprattutto per il cantato), ricordando nei passaggi più aggressivi i primi Skyharbor, ma chiamando in causa anche Muse e Radiohead (“Weeping Lead”). La voce strabiliante del frontman Tymon Kruidenier ricorda spesso e volentieri il compianto Jeff Buckley (“Motherly Flame”), che peraltro compare tra le maggiori ispirazioni della band stessa.

Shores Of Null – Beyond the Shores (On Death and Dying)
Quasi 39 minuti di running time, un unico pezzo, un viaggio lungo le cinque fasi del lutto. Il progetto più ambizioso (ad oggi) per gli italianissimi Shores Of Null si traduce in “Beyond the Shores (On Death and Dying)”, un’opera toccante ed elegante nel suo funeral doom screziato di black metal, impreziosito da featuring di altissimo livello e da uno short film (apprezzatissime le lyrics in inglese e in italiano in sovraimpressione) che è un piccolo capolavoro d’arte nera e il compendio perfetto per provare almeno a comprendere che cosa possa esserci in fondo al proverbiale tunnel. Tranquilli, non vi spoilero nulla, dovete guardarlo con i vostri occhi. E ascoltarlo, soprattutto.

The Algorithm – Compiler Optimization Techniques
Già nel 2016 Cue Rémi Gallego ci aveva maciullato i timpani con “Brute Force” e noi, che pur non essendo di certo masochisti siamo sicuramente amanti della buona musica e delle idee fuori dal comune, non possiamo non segnalarvi “Compiler Optimization Techniques” (originariamente pubblicato un paio di anni fa, ma da oggi disponibile nuovamente su tutte le piattaforme). A dirla tutta il nuovo Algorithm non si discosta di molto dalla precedente fatica, ma anzi porta avanti la solita folle commistione tra progcore/metalcore ed elettronica in un disco che più che una furia strumentale è un trip da acidi da gamer incalliti, con tanto di blast beat feroci (“Superscalar” e “Binary Space”).

Green Druid – At the Maw of Ruin
La fine dell’umanità è vicina. E sarà detronizzata dalla natura oscura e selvaggia, uno spirito antico tanto quanto il mondo stesso. Il secondo album dei Green Druid narra una storia terribile lungo i sentieri fangosi di un doom/sludge/stoner malefico e infido come un parassita in un sottobosco intricato tanto quanto la proposta dei Nostri. Riff monolitici, improvvise accelerazioni accompagnate da altrettanto inaspettati harsh vocals, resi in qualche modo digeribili da un songwriting più che solido (prendete per esempio “A Throne Abandoned” e “Threads”). Per stomaci molto forti.

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